Piero Tarticchio: la verità non può essere infoibata

di Mario Rizzo

Piero Tarticchio è uno straordinario testimone della tragedia che si compì nell’Istria, a Fiume e in Dalmazia tra il 1943 e il 1945. Nato a Gallesano 84 anni fa, è il presidente del Centro di Cultura Giuliano-Dalmata, scrittore, pittore e direttore del periodico “L’Arena di Pola”.
Ho avuto l’onore di sentire la sua testimonianza giovedì scorso, nel corso di una conferenza sulle Foibe a Paullo, Milano. Storie forti, crude, ma che necessitano di essere raccontate, in quanto non ne sentirete mai parlare così ampiamente a scuola, sui giornali o in televisione.
Il suo intervento – durato circa un’ora – si snoda attraverso le vite e il martirio di quattro cittadini istriani: Norma Cossetto, studentessa di 23 anni all’università di Padova, violentata, torturata e poi gettata ancora viva nella foiba di Antignana nel 1943; Don Angelo Tarticchio, zio di Piero, dopo orribili sevizie buttato nella foiba di Gallignana; Giuseppe Cernecca, lapidato e poi decapitato per estragli dalla bocca due denti d’oro; Infine, suo padre, che ancora oggi Piero non sa dove sia sepolto.
Piero ha, inoltre, vissuto sulla sua pelle la fuga, la fame, le baracche dei campi profughi e l’orrendo clima di disprezzo dei connazionali italiani nei confronti degli esuli. Era a bordo del “treno della vergogna” il 18 febbraio 1947, quando fu bloccato alla stazione di Bologna da un gruppo giovani attivisti, che impugnando bandiere rosse con falce e martello lanciarono contro il convoglio sassi e ortaggi e rovesciarono sui binari il latte destinato ai bambini, impedendo ai volontari della Croce Rossa di assistere gli esuli stremati dal lungo viaggio.
Piero Tarticchio è oggi, insieme ad Egea Haffner, Nino Benvenuti, Nidia Cernecca e tanti altri esuli istriani, giuliani e dalmati, patrimonio d’Italia. Quell’Italia che per tanti anni ha tenuto nell’oblio questo triste massacro. Quell’Italia che concede ancora il titolo di “cavaliere di gran croce decorato di gran cordone”, la più alta onorificenza della nostra Repubblica, al dittatore jugoslavo Josip Broz Tito, principale colpevole dell’eccidio. Quell’Italia che, a distanza di 75 anni, non riesce ad oltrepassare la politica dei due pesi e due misure, che cataloga i morti in base al colore politico, quando invece andrebbero tutti ricordati, onorati e commemorati indistintamente.
Dopo l’istituzione del Giorno del Ricordo nel 2004, questo è stato l’anno in cui il ricordo delle vittime delle Foibe è stato più sentito. Molte amministrazioni di centrosinistra hanno commemorato per la prima volta il 10 febbraio, così come per la prima volta un presidente della Repubblica ha ammesso che ci fu pulizia e odio etnico e che la vicenda per troppo tempo non ha trovato il dovuto riconoscimento dalle istituzioni.
Il sogno di Piero è quello di vedere i tre presidenti d’Italia, Slovenia e Croazia insieme, uniti, inginocchiati su di una foiba. Sono sicuro che quel giorno non è così lontano, così come il massacro delle Foibe non sarà più solo una pagina strappata dai libri di storia.

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