La generazione degli anni ’90 sa parlarsi sempre meno, ma non è colpa dei social

di Vanessa Combattelli

Sfatiamo un mito: i social non hanno cambiato le relazioni sociali, non le hanno penalizzate né hanno condotto ad un’apatia generale dei sentimenti.
Non hanno questo potere, sono strumenti asettici il cui compito è quello di collegarci con maggiore facilità: possiamo chiamare su Skype qualcuno che è distante, ascoltare un audio whatsapp e la voce di una vecchia compagna di scuola, scrivere un messaggio veloce al ragazzo che ci aspetta in macchina per uscire.
Definitivamente, per evitare queste insulse morali contro i social, opterei per fare loro un elogio, un riconoscimento se possibile, poiché da quando ci sono hanno reso la vita più semplice e il loro lavoro non fa altro che mettere in risalto caratteri già ben saldi nelle persone.
Sicché vediamo quelli che usano Facebook e/o Instagram per lanciare frecciatine che non avrebbero mai il coraggio di pronunciare di persona, chi lo fa come auto-celebrazione personale, chi deve narrare relazioni all’apparenza bellissime e mostrarle ai propri follower, oppure chi si limita ad informarsi dei fatti altrui, ma dopotutto ogni uso è legittimo, soprattutto perché si può selezionare chi deve apparire nelle nostre home.
Dunque, dopo aver fatto questa necessaria premessa, ribadiamo che oggi è davvero più difficile parlare con chi ci è caro, si è creata una distanza insormontabile e questo non va assolutamente a rivedersi nell’uso scorretto dei veicoli social, c’è ben altro dietro, banalmente direi: “magari fosse colpa di Instagram”.
Prima di tutto c’è sempre meno abitudine a dirsi sinceri, se questo modus operandi era già testabile nel passato, oggi ha assunto contorni ancor più grotteschi, forse portato avanti proprio da quei modelli che sin da bambini facevano parte della compilation quotidiana.
Suppongo vada fatta una distinzione tra generazioni: se c’è una cosa che ho imparato, è che ogni generazione ha i propri linguaggi, le proprie espressioni, i propri modi di dire qualcosa.
Quella dei millenials, la generazione a cui si riferisce questo blog, è probabilmente quella più problematica, meno schietta, più disillusa e a tratti pessimista.

Chissà perché ma sentiamo il bisogno generale di raggiungere il “Top” in qualsiasi campo decidiamo di cimentarci, non siamo mai contenti davvero, la nostra attenzione è volubile, abbiamo un interesse e poi un altro ancora, siamo continuamente soggetti ad impulsi che ci portano a chiederci dove sia la nostra identità.
Questo meccanismo funziona per tutto: dal lavoro all’università, dalle relazioni alle amicizie.
Sicché nonostante si possa essere diversi per contesto di nascita e ambiente, questo tipo di comportamento poi si rivede in quasi tutti coloro che sono nati negli anni ’90, quando la Crisi era già ben entrata nelle nostre vite.
Non siamo come i ragazzi degli anni ’80: loro, che io definisco generazione perduta, sono stati più sfortunati.
Nati (come per i ’60 e ’70) in anni belli, pieni di vita e di soldi, con tante opportunità ed infinite, si sono ritrovati nelle condizioni di frenare tutto, il mito della laurea, di riscattare la propria famiglia: tutto bruciato, terminato dalla coscienza di dover dire che non c’è spazio per tutti, la generazione di chi è andato via, di chi non ha visto casa sulle proprie radici, di chi, insomma, ha fatto i conti con l’amarezza.

La nostra generazione invece è nata già con la consapevolezza che tutto non è possibile: ci siamo adattati quasi immediatamente, negli occhi dei nostri cugini e fratelli più grandi cercavamo di imparare, dicevamo che non bisognava fare la loro stessa fine, che la laurea andava pensata bene, che il lavoro bisognava cercarlo in campi che ancora esistevano.
Ci siamo armati di tutto questo ma abbiamo quasi subito mostrato le prime debolezze: possiamo adattarci, ma il mondo che c’è non ci fa impazzire, la propaganda agisce quasi con maggior attrito su di noi, eppure siamo anche quelli che riescono a reagire diversamente.
Forse, chissà perché, ho ancora molta fiducia nella mia generazione, perché siamo anche responsabili, nonostante i timori e la grande esitazione.
Siamo nati con i rimproveri dei nostri genitori, con le notizie in TV che ci parlavano di parole che non capivamo ma già sapevamo non erano buone, ricordiamo con i tratti indistinguibili di un sogno l’attentato dell’11 settembre.
Siamo stati modellati su misura rispetto all’epoca che ci ha forgiato, in qualche modo siamo cresciuti prima degli altri, non accompagnando però questa maturità a quella dei sentimenti, della comunicazione interpersonale.

C’è un fatto che vorrei chiarire subito: mi pare ovvio che questo sia un discorso che molti potrebbero osteggiare, tra i miei coetanei vi è un alto grado di immaturità, sicché penso non sia necessario specificare che quelle categorie vi sono in tutte le generazioni ed io, con poca umiltà in tal caso, non voglio parlare dei mediocri, ma di quelli come me che si guardano attorno e si pongono delle domande, che non si accontentano e basta.

La mancanza di una comunicazione che vada oltre la superficie si registra con grande intensità nella nostra generazione, non definiamo più i nostri malesseri, la nostra scontentezza o infelicità, a parole, preferiamo il silenzio, sparire forse, perché è molto più semplice non portare motivazioni.
Ed è esattamente questo pessimismo di contorno, quello con cui siamo cresciuti, a rendere difficile anche una comunicazione con gli altri, partendo dal presupposto che “tanto doveva andare così” e dunque “non c’è bisogno di aggiungere altro”.

Chissà se riusciremo a trovare la fuga da questa tana di volpe in quanto generazione, ma se siamo abbastanza bravi, ed incanaliamo questo realismo ad una giusta dose di collaborazione, sia sentimentale che professionale, forse ci saranno possibilità di riuscita non solo per noi, ma per tutto il mondo.

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