Come la superbia rende ciechi di fronte ad un’emergenza sanitaria

di Filippo Pelucchi

“Nella nostra cultura c’è poco orgoglio e molta superbia, poca dignità e molta apparenza”, (Umberto Eco).

Il Coronavirus non risparmia neanche le menti, giovani o vecchie che siano. Se da un lato traspare un atteggiamento di completa ignoranza nei confronti di un virus sconosciuto anche per i nostri esperti del settore di infettivologia ed epidemiologia, dall’altro la cosa più sconcertante è la normalità con cui si è passati dall’assalto ai forni della settimana precedente presso i supermercati alla ripresa di una condotta di vita normale, come se nulla fosse. È sconcertante come da parte di molti si senta la necessità a riprendere una condotta di vita normale, dedita alle uscite, allo svago e alla socialità, quando invece in Italia è stato dichiarato lo stato d’emergenza, con l’imminente chiusura di scuole e locali quali cinema, teatri, palestre.


Non capisco la superbia di queste persone, come se il virus fosse stato sconfitto o se i media avessero fatto presa a tal punto sulle loro coscienze, concentrate solo ed esclusivamente sulla propria dose di sano egoismo, senza considerare il reale pericolo di natura economica e sanitaria cui stiamo andando incontro. In questo clima di incongruenza e contraddizioni interne, il professor Burioni (come cita Fanpage in un articolo di pochi giorni fa) è stato uno dei pochi a sottolineare come la stampa e la televisione stiano favorendo un atteggiamento mansueto e tranquillo, non capendo che questo stesso atteggiamento è controproducente ed estremamente letale. Dire a ciascuno di noi che si può tornare ad uscire di casa senza il rischio di contrarre il virus è sbagliato e moralmente scorretto, è una condanna a passare per stupidi e facilmente influenzabili da ciò di cui siamo bombardati ogni giorno. Con ciò non voglio far passare l’idea che la psicosi collettiva e la reclusione in casa siano la soluzione alla crisi ospedaliera, al mal governo e al contenimento del Coronavirus, ma agire di buon senso in questo caso è la via per poter aiutare, seppur nei nostri limiti, l’intera schiera di medici ed infermieri in prima linea. Rinunciare ad un’uscita o ad un incontro contingente e non necessario è prova di maturità e di rispetto per chi combatte in nome della sicurezza civile, per debellare al più presto un’emergenza sanitaria senza precedenti e a fronte della quale abbiamo ancora poco a disposizione, sebbene all’ospedale Sacco di Milano siano già riusciti ad isolare e contenere il virus.


Il mio invito è quello di evitare a tutti i costi i luoghi chiusi, a meno che non si parli di necessità legate al lavoro e a poco altro. Bisogna favorire un senso di responsabilità collettivo, contenendo i desideri delle persone e isolando il ceppo nelle zone rosse. Solo così sarà possibile una parte del progetto di rigenerazione del nostro paese, dall’ambito accademico, con la riapertura delle strutture, a quello di radice più propriamente economica. Certo, il lavoro da fare è ben altro e per quello si conta sul nostro incredibile sistema sanitario e sull’intero apparato statale, dal Presidente del Consiglio al ministro della Salute, al ministro dell’istruzione e a chiunque altro sia coinvolto in questo stato d’allerta. Bisogna evitare che la superbia e l’ingenuità si impossessino di noi, facendoci dimenticare che una banale uscita può risultare tanto innocua e senza pericoli, quanto potenzialmente in grado di estendere il contagio e aumentare così le probabilità che il virus si diffonda. Non è il caso di annientare il nostro spirito stando in casa, ma è il caso di porre sulla bilancia la sicurezza e l’egoismo. Che cosa conta di più per ognuno di noi?

Share This:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *