L’ora più buia: l’Italia davanti ad una svolta decisiva

A cura di Danilo Delle Fave e Vanessa Combattelli

Prezzolini diceva che gli italiani non sono un popolo rivoluzionario né reazionario, semplicemente anarchico. E nel vedere le fughe in massa verso il Sud, le disposizioni autonome di regioni e comuni rispetto alle direttive nazionali, e il mancato rispetto delle misure di contenimento del contagio come l’evitare assembramenti in luoghi chiusi, gli si potrebbe, non a torto, dare ragione. Sarebbe, tuttavia, un giudizio eccessivamente severo verso una reazione che è pienamente comprensibile se consideriamo lo stato di confusione in cui ci ha gettato la gestione della crisi da parte delle forze di maggioranza e del governo: passare da “è una semplice influenza” a “rimanete chiusi in casa” getterebbe nel panico anche il più disciplinato dei popoli.

Ma del resto è nei momenti di crisi sono quelli in cui si evidenzia la tempra e la capacità di risposta di un sistema politico e delle istituzioni di un paese. Questa crisi epidemica evidenzia l’esplosione di tutte le contraddizioni del nostro paese e soprattutto di una certa cultura politica: in primis si mostrano i risultati della riforma del titolo V, che ha portato una confusione tremenda tra le competenze dello stato e delle regioni in materia sanitaria, e non solo.

Lo scaricabarile nei primi giorni dell’epidemia è stato uno spettacolo indegno, ed è stato reso possibile dal fatto che il governo aveva tentato di scaricare la responsabilità sulle regioni sperando di metterla sul piano della polemica contro le istanze regionaliste: tutto ciò non sarebbe stato possibile se vi fosse una chiara delimitazione delle competenze, più accentrata(misura che personalmente auspico di più anche alla luce dei risultati di questo tipo gestione in Cina e in altre aree del mondo) o totalmente decentrata aderendo a un coerente modello federale. Accanto a questo aspetto, che potremmo considerare in fondo secondario, se non considerassimo le motivazioni dietro questa gestione disastrosa da parte del governo.


All’inizio dell’epidemia i governatori del Nord, espressioni delle forze di opposizione, proposero una quarantena preventiva per chiunque giungesse dalla Cina e le forze di maggioranza e il governo tentarono di sottostimare l’epidemia, polemizzarono con le opposizioni accusando di razzismo e allarmismo chi chiedeva misure più drastiche. Emblematica è stata la sospensione dei voli diretti dalla Cina, misura totalmente inutile visto che era possibile arrivare tramite scali intermedi o l’invio di una tonnellata di materiale medico alla Cina, di cui abbiamo disperato bisogno ora.
Perché queste mosse? Per il semplice fatto che il governo doveva attuare una misura simbolica per dimostrare di star facendo qualcosa sperando di intaccare il consenso delle opposizioni e di consolidare il proprio. Per la medesima ragione abbiamo assistito all’atteggiamento schizofrenico negli scorsi mesi tra misure durissime, sottovalutazione dell’epidemia, per poi parlare di ora più buia della nazione. Ciò evidenzia come Il sistema parlamentare italiano, unito a una legge elettorale proporzionale, si è dimostrato incapace di reggere a shock esterni: non solo il parlamento non legifera ma si va avanti a decreti legge governativi, ma è il governo stesso che è ostaggio delle fronde parlamentari e del suo essere una alleanza innaturale che esiste solo per timore delle opposizioni.


Appare evidente che è necessario una seria riforma istituzionale che, pur preservando i crismi dello stato di diritto, ponga fine a questa anarchia istituzionale e ai campanilismi interni, che sia nelle forme del semipresidenzialismo francese o a un presidenzialismo è irrilevante. Assieme all’inadeguatezza del nostro sistema istituzionale si aggiunge una cultura politica che si è rilevata più dannosa delle manchevolezze e dei difetti delle istituzioni italiane: questa cultura politica è caratterizzata da un profondo odio per gli stati nazione, esalta come panacea di tutti i mali le istituzioni sovranazionali e considera la globalizzazione non un fenomeno economico, ma come la massima esaltazione di una presunta umanità senza confini.

Ebbene, questa cultura, maggioritaria presso le élite culturali e politiche europee, è ciò che ha reso noi italiani e il resto del continente vulnerabili davanti a shock esterni: ciò si era mostrato palese già con la crisi dei debiti sovrani del 2011 e la crisi migratoria del 2015, ma con l’epidemia di coronavirus diventa incontestabile. Paesi che vietano esportazione di materiale medico come al Germania, o lo requisiscono come la Francia, assieme alla mancata risposta all’appello italiano a donare materiale medico, mostra la reale sostanza della “solidarietà europea”, senza contare la grottesca immagine data dalla commissione europea che nel pieno di una crisi epidemica ritiene prioritario l’approvazione del controverso MES e il Green New Deal e non ha nemmeno previsto, nella sua babele burocratica, un piano di risposta comune in caso di epidemia per la zona di Schengen.

Ovviamente non bisogna biasimare i singoli stati fare ciò che il buonsenso riterrebbe prioritario, ossia il benessere dei propri cittadini, ma l’ingenuità e la scelleratezza di chi riteneva le istituzioni europee la panacea di tutti i mali italiani, il mezzo che avrebbe corretto i difetti del paese e il vincolo esterno che ne avrebbe garantito la stabilità. Una classe politica che segue questa idea di fondo è indegna di essere definita tale: la politica, nel bene o nel male, implica assunzione di responsabilità e capacità di avere una visione del futuro; delegare a fenomeni esterni, la globalizzazione, o alle istituzioni europee, ha portato alla deresponsabilizzazione della classe politica, fatto che si vede nella presente epidemia nello scontro istituzionale tra regioni e governo centrale e nei vani appelli alla solidarietà europea. È necessario un totale e radicale cambiamento sia istituzionale sia a livello di cultura politica.

Abbiamo osservato, nel corso delle settimane, una sempre più decadenza verso l’irrazionalità, si sono rivelate insomma quelle caratteristiche che Gustave Le Bon, più di un secolo fa, descriveva nelle folle, sicché la loro psicologia assumeva contorni assai diversi rispetto a contesti tranquilli e quotidiani.
L’ingresso dello stato straordinario, quello a cui nessuno è abituato, cambia le carte in tavola, condizionando de facto il corso successivo degli eventi.

Sicché quest’indecisione, questa paura, questo tentennamento governativo, ha condotto al contrario dei contrari: non si sa bene come reagire di fronte a questo Nemico Invisibile, le sue armi non sono convenzionali, non è un esercito con dei soldati, dunque la confusione, la paura e gli alti numeri di contagio.

Le mascherine che non si trovano più, gli alti prezzi dell’Amuchina che è diventata il Sacro Graal contro il virus (e non è vero!), i bisogno primordiali, quelli della sopravvivenza, che tornano arroganti nelle società occidentali che tanto pensavano di essere superiori al proprio passato.
Invece basta vedere qual è l’atteggiamento attuato per rendersi conto che la storia è, e sempre sarà, un corso e ricorso eterno, alla ricerca di quella stabilità data dal quotidiano e che oggi faticosamente cerchiamo di riprendere.
Le rivolte nelle carceri sono a questo proposito emblematiche: qualsiasi rivoluzione o instabilità storica è sempre partita dalle roccaforti della prigionia, quelle che tenevano fuori dal mondo reale i criminali, gli emarginati, i pericolosi.
E sono proprio loro che cominciano a ribellarsi mettendo in discussione la forza dello Stato, rivoltandosi contro gli uomini in divisa, prendendone alcuni in ostaggio, menandosi tra loro, pretendendo libertà ed isteria tutta insieme.

Ad ogni modo citiamo un episodio di due giorni fa, che mette ben in risalto questa mancanza di competenza comunicativa e forza statale: una bozza di un decreto a tratti draconiano viene divulgata dai giornali, nel giro di mezz’ora ogni testata giornalistica online ne è al corrente, i sindaci e tanti altri amministratori del territorio vengono a sapere di essere circoscritti ad una zona rossa dai giornali.
Le reazioni sono prevedibili, la mente della folla è di per sé assoggettata al panico da settimane, perché qualcuno dovrebbe aspettarsi una reazione razionale e composta?
Sicché bozza resa pubblica ma misure ancora giunte: le persone sono libere di partire ancora, non è contro legge, non c’è ancora sulla Gazzetta Ufficiale il divieto di uscire dalla Lombardia.
L’egoismo delle folle è un tratto ben descritto da Gustave Le Bon, sicché solo uno stolto potrebbe aspettarsi razionalità, chiunque abbia letto Machiavelli non avrebbe alcun dubbio su quale sia la soluzione migliore in questi casi: se nessuno di noi si sente responsabile chiunque è in potenziale pericolo.

Siamo davanti a una svolta epocale ed è l’occasione propizia per riscoprire non solo un forte sentimento di identità nazionale ma anche di portare a un processo di rigenerazione culturale e morale del paese. Speriamo che questa crisi, che sta diventando non solo politica-istituzionale, ma anche sociale, abbia gli stessi effetti sul paese che ha avuto una Caporetto, che ha prodotto uno scatto di orgoglio e ha compattato la nazione tutta unita nell’affrontare la crisi, e non l’8 Settembre

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