Il dualismo: come possiamo riscoprire noi stessi

di Filippo Pelucchi

Con dualismo s’intende grossomodo una corrente di pensiero nata con Platone nel V secolo a.C. in Grecia e arrivata, passando per pensatori come D’Aquino e Cartesio, fino ai giorni nostri con David Chalmers (con le dovute differenze ed evoluzioni del caso). Tale filone sostiene che nel nostro mondo vi siano due tipi di sostanze: la materia e lo spirito.

Come si collega questa modalità di pensiero al nostro vivere quotidiano e come potrebbe aiutarci a migliorare il rapporto con noi stessi e gli altri?

In primo luogo, è bene considerare come oggi, in virtù di un sapere sempre più scientifico e volto al progresso dell’intera umanità, ci si dimentichi che l’uomo, per sua stessa composizione, non è interamente costituito di sola materia. Le scienze devono quantomeno prendere in considerazione il problema della reale natura della coscienza e capire se essa sia o meno materiale.

Non è questa la sede per approfondire, ma credo sia opportuno dire che ad oggi non esiste alcun tipo di spiegazione prettamente fisicalista (o materialista, i termini sono interscambiabili) che possa rendere conto del problema della coscienza nel suo carattere di più difficile comprensione, ossia la soggettività, nonché della sua possibile consistenza metafisica e altamente problematica, che alcuni, me compreso, potrebbero voler sostenere, con annesse delle argomentazioni che qui non riporterò.


Ebbene, perché il dualismo può ancora dirci qualcosa non solo sulla nostra coscienza, ma anche su noi stessi, sulla nostra stessa essenza? Ritengo che il solo atteggiamento materialista, falsamente giustificato come assoluto e completamente privo di interpretazione, possa essere fuorviante nella reale ricerca del nostro lato umano e spirituale.

Con ciò è bene chiarire come la matematica, assieme alla fisica, la neurofisiologia e tutte le altre discipline ad esse collegate e delle stessa matrice siano fondamentali per una spiegazione della nostra realtà, che ha permesso negli ultimi anni e addirittura secoli di giungere ad un picco di sapere che ci saremmo sognati senza di esse, se non avessimo assistito a rivoluzioni scientifiche e allo sforzo di diversi scienziati e pensatori di abbattere i fenomeni del bigottismo e del senso comune.

Ciò che voglio sottolineare è come questa stessa tendenza abbia portato con sé dei pregiudizi per le lettere e le arti, ritenute in qualche maniera inferiori al livello di scoperta di una nuova stella, della materia oscura o di un buco nero. Si assiste oggi ad uno scenario simile: se da un lato ci sono intellettuali ed esponenti del mondo accademico, che credono ancora che la letteratura e le arti possano favorire lo sviluppo completo di una persona e che siano fondamentali a livello nozionistico e per la comprensione della vita nella sua totalità, dall’altro vi sono figure che rifiutano in modo più completo le lettere e gli studi, utilizzando come espediente l’inutilità di tali pratiche e la loro incapacità nel fornire un qualche tipo di dimostrazione logico-matematica o verità fattuale.

Questo è il vero pericolo, ossia che si perda il gusto per la poesia, le frasi, i romanzi e la lettura di un’opera, in favore di un positivismo che ci chiude in false certezze e atteggiamenti frivoli e arroganti, come quello che si può riscontrare oggi in chiunque voglia fornire delle argomentazioni a carattere solo ed esclusivamente scientifico oppure che sfociano in scetticismo e relativismo.

Non segue certamente che chiunque abbracci le scienze o ne condivida l’aspetto più pratico e sperimentale debba essere giudicato come qualcuno che è in errore o che per tutta la vita si è affidato ad una manciata di dati, senza rendersene mai conto.
Il mio invito è invece quello di riconsiderare una filosofia dualista: se ognuno di noi abbandonasse le convinzioni propugnate fin da piccoli a credere che la scienza sia una forma di conoscenza perfetta e immacolata, potremmo riscoprire un intero lato umano completamente lasciato a sé stesso.

Questo recupero delle lettere e delle arti da me sostenuto può passare per percorsi d’impronta sicuramente spirituale (penso ai pellegrinaggi e ai viaggi per far ripartire la propria vita da zero, lasciandosi tutto alle spalle), ma anche per delle letture personali, dei corsi di formazione, confronti di idee e conferenze, e soprattutto attraverso delle nuove forme di esperienza.

È necessario prima di tutto capire che integrare il dualismo nella propria vita non è solo una dimostrazione a fini filosofici o conoscitivi, ma anche una modalità per capire davvero chi si è, quale sia il nostro rapporto con lo spirito, la ragione e l’arte. Considerarsi non interamente composti da materia ci porta ad indagare sulla nostra essenza, a provare nuove sensazioni e a conoscere il mondo con una prospettiva nuova, con l’idea che non sia tutto banale e sottoposto al giudizio imperscrutabile del sapere scientifico, ma che la vita abbia ancora molto da offrirci e di cui fare esperienza, senza mai sapere che cosa si prova, se non effettivamente vivendola in prima persona.

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