Le politiche antimafia

di Pietro Tidei

La lotta alla mafia è stata negli ultimi anni oggetto di un grande impegno ripagato in parte dai successi dell’azione antimafia che ha portato in Sicilia e successivamente in altre Regioni, all’arresto di alcuni capi storici delle organizzazioni criminali e in parte al parziale sgretolamento di alcuni dei meccanismi di potere più solidi su cui si reggeva l’azione delle principali cosche.
Una moderna ed efficace politica antimafia va innanzitutto condotta concentrando gli sforzi non solo sul fronte della repressione personale ma, prima ancora, sul fronte patrimoniale.


Ecco quindi che l’azione di contrasto patrimoniale alla criminalità organizzata si svolge attraverso due fasi: da una parte con l’aggressione dei patrimoni illeciti, mediante il sequestro e la confisca; dall’altra parte mediante la destinazione e l’utilizzo delle ricchezze sottratte alla criminalità.
La storia più recente rileva, da parte dello Stato un bilancio piuttosto positivo come azione di contrasto nei confronti delle organizzazioni mafiose. Le numerose attività investigative personali e patrimoniali, affinatesi attraverso indagini protrattesi spesso per anni, rappresenta il segno evidente di una risposta continuativa e massiccia alle pervasive attività delle organizzazioni criminali di stampo mafioso.

Sono riportati di seguito alcuni esempi, utili per creare un quadro maggiormente chiaro ed esaustivo dei tipi di interventi attuabili. Si è infatti spesso parlato di politiche dirette e indirette.
I magistrati, nonché tutto l’apparato repressivo e di controllo sociale in genere (tra cui anche le forze di polizia e le istituzioni carcerarie) portano avanti quelle politiche dirette che la normazione antimafia loro affida. Rientrano in questa categoria tutti quegli strumenti di contrasto che intendono colpire le organizzazioni criminali ed i traffici ad esse associati. Gli interventi di questo tipo mirano a disarticolare l’organizzazione mafiosa, ad individuare e punire gli appartenenti al sodalizio criminale, ad intercettare e sottrarre ai mafiosi i beni illecitamente accumulati.

Possono pertanto considerarsi politiche dirette: “l’attività legislativa che stabilisce le norme relative ai reati di mafia e la severità delle loro sanzioni; le operazioni investigative e di repressione condotte dalle forze dell’ordine e dalla magistratura; le previsioni normative ed il trattamento dei collaboratori di giustizia; le norme e l’attività investigativa sugli aspetti economici e le operazioni antiriciclaggio; il sequestro e la confisca dei beni acquisiti illecitamente dai mafiosi; le politiche carcerarie per i detenuti per reati di mafia”.
Le politiche indirette sono, invece, i controlli sugli appalti pubblici e le azioni contro il denaro sporco e le misure contro il racket. Tra i principali interventi si ricorda il decreto legge n. 419, del 31 dicembre 1991, poi convertito con legge 172/1992, la prima normativa antiracket.

Sin dalle sue origini, la finalità del movimento antiracket è stato quello di ridurre i costi dell’opposizione al racket individuando un ampio ambito d’intervento: la denuncia e la collaborazione con la polizia giudiziaria, la gestione processuale, la sicurezza delle vittime, la qualità della vita dell’imprenditore e dei suoi familiari, il reddito dell’azienda. Ridurre i costi è una condizione decisiva per incoraggiare altri imprenditori a denunciare. In sostanza, con le politiche indirette lo Stato cerca di prevenire i reati mafiosi. Tra le politiche indirette rientrano anche tutti gli interventi che mirano a migliorare le condizioni sociali dei cittadini dei territori a tradizionale presenza mafiosa.


Pur non essendo mai tematizzate come politiche specificamente antimafia, è fuor di dubbio che “la lotta all’abbandono scolastico, l’incremento della qualità e della quantità dell’occupazione, il miglioramento degli spazi di socialità all’interno delle città, ed altri interventi analoghi, siano provvedimenti che ostacolano l’innestarsi di logiche e di pratiche mafiose tra i cittadini”.


Si parla anche di politiche preventive, repressive e successive. Tra le politiche preventive rientrano tutte le attività di sorveglianza speciale compiute dalle forze dell’ordine. Quelle repressive sono da considerare, invece, tutte le attività di cattura dei latitanti.
Ad ogni modo, al di là delle classificazioni, appare indubbio che la previsione di così tante misure, è da considerare un punto di forza del nostro ordinamento, concentrate e dirette a sconfiggere e indebolire i gruppi criminali, attaccandoli su più fronti.


E’ stato, inoltre, rilevato come tali politiche “negli ultimi vent’anni si sono estese ancora di più, riuscendo a coprire tutti gli aspetti più diversi della vita sociale, economica, amministrativa, andando anche oltre la sfera strettamente criminale. Anche le risorse finanziarie e umane stanziate nel tempo sono fino a poco tempo addietro cresciute in modo rilevante (…). In generale si può affermare che le politiche antimafia nel loro complesso sono andate diventando sempre più efficaci”.
Da un punto di vista normativo possiamo rilevare come l’attuale disciplina, sul particolare tema di gestione e destinazione dei beni confiscati, è il risultato di una complessa stratificazione normativa. Nel quadro normativo delle misure di prevenzione, con riguardo alla criminalità organizzata, ha assunto dapprima particolare rilievo la legge 31 maggio 1965, n. 5753, integrata successivamente dalla legge 13 settembre 1982, n. 646 (la c.d. legge Rognoni-La Torre).
Quest’ultima, nel modificare la legge precedente, ha introdotto il procedimento di prevenzione e le relative misure di carattere patrimoniale per aggredire il patrimonio illecitamente accumulato dalle organizzazioni mafiose. Il bene che in attuazione di tali misure veniva confiscato, veniva considerato un bene privato devoluto allo Stato.


Tra le iniziative intraprese volte a sconfiggere la mafia, ricordiamo da ultimo la legge del 1996 n. 109, entrata in vigore grazie alla raccolta di un milione di firme promossa dall’associazione Libera.
Per la prima volta, la lotta al crimine organizzato passava dall’essere solo repressiva a rappresentare uno degli strumenti di rigenerazione e crescita sociale. Territori che fino ad allora erano sotto scacco di pochi potenti boss, sono diventati un segno evidente di un nuovo modo di fare antimafia, profondamente inserito nel contesto dell’associazionismo e della cooperazione.

Tale legge ha infatti snellito le procedure per il sequestro e la confisca dei beni, prevedendo il loro uso sociale da parte di cooperative e associazioni di volontariato.

E’ in sostanza aumentato il numero dei beni confiscati, anche se è rimasto molto al di sotto dell’entità dei patrimoni mafiosi, e sono nate cooperative giovanili che gestiscono i beni, producendo vari prodotti, come la pasta, l’olio e il vino, contribuendo a creare un’economia liberata dal dominio mafioso, in una prospettiva di partecipazione democratica e di sviluppo del territorio.


In particolare, sono tre le tipologie di beni confiscati: beni mobili, beni immobili e beni aziendali. Secondo i dati dell’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, sono 1708 le aziende confiscate nel 2013, di cui 623 in Sicilia, 347 in Campania, 223 in Lombardia e 161 in Calabria.


Il numero sempre crescente di imprese confiscate ha reso più rilevante il tema del loro riutilizzo. Se infatti la confisca rappresenta un successo dello Stato sulla criminalità organizzata, è solo il pieno riutilizzo dell’impresa a sancire l’affermazione della cultura e dell’economia della legalità.

Il recupero e la valorizzazione delle imprese confiscate diventa quindi il tassello decisivo per sancire il buon esito dell’intervento dello Stato nel recupero della legalità e nel conseguente sostegno alla buona economia. L’ultimo tassello del lungo percorso legislativo iniziato a partire dal ’96 ad oggi, che ha accompagnato la normativa antimafia sul riuso sociale dei beni confiscati, è stato il Decreto legge n. 113 del 4 ottobre 2018, convertito in legge n. 132 il 27 novembre 2018 – “Disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale e immigrazione, sicurezza pubblica, nonché misure per la funzionalità del Ministero dell’interno e l’organizzazione e il funzionamento dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata”, il quale ha ridefinito e ristretto il concetto di sicurezza, indicando su quale terreno dovremo misurarci nei prossimi anni sul piano del contrasto alle mafie.


Sulle brevi considerazioni svolte si può rilevare come sull’intera materia sia intervenuto quindi un radicale riassetto normativo; dapprima ad opera del cd. “pacchetto sicurezza” (introdotto con decreto legge 23 maggio 2008, n. 92), ispirato alla finalità di adeguare le forme di contrasto statale alle associazioni criminali di tipo mafioso, alle più moderne tecniche di indagine patrimoniale, successivamente ad opera della legge 15 luglio 2009, n. 94, ed infine, con il recente D.lgs. 6 settembre 2011, n. 159, con il quale fa ingresso, nell’Ordinamento giuridico italiano, quello che è stato definito Codice Antimafia.


Con esso il legislatore ha inteso provvedere ad una completa riorganizzazione della materia delle misure di prevenzione, sia personali che patrimoniali, abrogando quasi interamente la previgente normativa. Con questi presupposti, il provvedimento legislativo attualmente in vigore, rappresenta un “codice delle misure di prevenzione (cui sono dedicate gran parte dei 120 articoli del testo) in cui sono inserite tutte le norme sulla documentazione antimafia e su alcuni organismi antimafia”.


Possiamo concludere questa breve disamina, rilevando come studi ed analisi di settore, oltre ai dati più recenti messi a disposizione dalle istituzioni che a vario titolo si occupano di criminalità organizzata hanno mostrato come l’implementazione di queste misure, la loro concreta realizzazione, le diverse operazioni di contrasto portate avanti negli ultimi anni, abbiano consentito di raggiungere notevoli traguardi.

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