L’antimafia non è né di destra né di sinistra.

di Aurelio D’Angelo.

In risposta a Salvo Vitale

Il 5 Maggio 2018 usciva un articolo di Salvo Vitale su antimafiaduemila.it, intitolato “La lotta contro la mafia non è né di destra né di sinistra: è vero?”. In quello scritto, il giornalista poneva una serie di domande e, rispondendo, concludeva che la lotta alla mafia esclude la destra. Al di là del grande rispetto che nutro verso Vitale per il suo impegno contro il crimine organizzato in Sicilia, a mio parere le sue risposte corrispondono ad alcuni tipici stereotipi diffusi in certa sinistra: tenterò qui di sfatare questi miti e di dare la mia risposta a queste domande.

I domanda: “Come mai i 47 sindacalisti uccisi nel ’46-’47 erano tutti di sinistra? […] Dove stava la destra e con chi stava allora?”

L’assenza dei sindacalisti di destra nelle lotte agrarie è motivata dall’assenza di un qualsiasi sindacato di destra sul panorama nazionale prima del ’50, anno in cui fu fondata la Confederazione italiana sindacati nazionali dei lavoratori (Cisnal), non certo da un’indifferenza della destra, specie quella sociale, verso i problemi dei braccianti.

II domanda: “Come mai gli agrari, i grandi proprietari terrieri, i mafiosi, i separatisti ad essi alleati e il gruppo dirigente democristiano, che si servivano della banda Giuliano, erano tutti fieramente anticomunisti?”

Posto che la posizione della mafia è ben più complessa del semplicistico anticomunismo, come vedremo più avanti, è chiaro che una parte degli appartenenti alle categorie che Vitale ha citato fosse anticomunista per convenienza; questo in ogni caso non basta a definirli di destra: ciò è tanto più chiaro nei confronti del “gruppo dirigente democristiano”, centrista per definizione, e dei separatisti (tra cui Salvatore Giuliano), che sono opposti alle idee di unità nazionale tipiche della destra italiana.

III domanda: “Come mai il resto delle vittime della mafia ha continuato ad essere “di sinistra”?”

Le vittime di mafia provenienti dalla destra sono numerose: oltre a Paolo Borsellino, ex Fronte universitario di azione nazionale (Fuan), e Beppe Alfano, missino e addirittura ex ordinovista, ci sono stati Giorgio Ambrosoli, ex Unione Monarchica Italiana; Vito Schifani, ex Fronte della gioventù (Fdg); Mauro De Mauro, ex X^ Mas; Angelo Nicosia, parlamentare per il Movimento sociale italiano poi andato in Democrazia Nazionale (morto anni dopo un agguato mafioso per l’aggravarsi delle ferite); Enzo Fragalà, appartenente al Popolo delle Libertà. E’ doveroso ricordare altri due protagonisti della lotta alla mafia da destra, seppur non caduti: Giuseppe Tricoli e Beppe Niccolai, quest’ultimo lodato persino da Leonardo Sciascia.

Detto questo, la “conta dei morti” adottata da Vitale non è uno strumento valido per valutare la partecipazione di una parte politica all’antimafia, per due motivi: non tutte le personalità impegnate nella lotta al crimine organizzato sono state assassinate, anzi la maggior parte è sopravvissuta fino ad oggi; non abbiamo una conoscenza completa delle idee politiche di ogni vittima: per esempio, l’appartenenza di Schifani al Fdg è stata scoperta solo di recente, e come lui chissà quanti altri…

IV domanda: “Come mai i parenti di queste vittime presunte di destra, figli di Alfano, […] la sorella di Borsellino […], il fratello […], la moglie […], si sono tutti schierati a sinistra?”

Non ritengo si debba parlare più di tanto sulle posizioni politiche dei parenti delle vittime di mafia: siamo in democrazia, e loro possono e devono avere un pensiero autonomo, che però non pregiudica quello dei loro cari caduti.

Sul “presunte di destra”, è opportuno ricordare che Sonia Alfano, figlia di Beppe, pur non condividendo le scelte del padre, ha sempre confermato la sua militanza a destra; lo stesso ha fatto Manfredi Borsellino sul padre (senza contare la foto che ritrae il giudice tra Tricoli, Fabio Granata e Gianni Alemanno alla festa nazionale del Fdg a Siracusa nel 1990).

V domanda: “Come mai nel 1971 (sic!) i “picciotti” di Badalamenti e quelli di Liggio stavano per realizzare un colpo di stato sotto la guida di Junio Valerio Borghese, capo della Decima Mas, sulla cui identità di fascista purosangue non ci sono dubbi?”

I rapporti che il crimine organizzato intrattenne con l’eversione politica non riguardano solamente l’eversione “nera”: si pensi ai contatti tra le Brigate rosse e la Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo; o addirittura all’Anonima sequestri sarda, in cui le anime del crimine organizzato e del terrorismo “rosso” convivevano. 

Comunque, non si può indentificare l’ala eversiva di una parte politica con la sua corrispondente democratica: poiché vivono nell’illegalità e sono pronti a sacrificare ogni principio per raggiungere i loro scopi, i gruppi eversivi sono predisposti al crimine.

Piccola nota a margine: l’“identità da fascista purosangue” di Borghese è la medesima di De Mauro, che prestò servizio sotto il “principe nero” ai tempi della Guerra civile.

Dopo queste domande, Vitale asserisce che “[…] il mafioso […] a parte casi isolati […] si schiera col centrodestra”. Citiamo allora la relazione della commissione antimafia dell’XI legislatura: “Cosa Nostra non ha convincimenti politici. In Sicilia avrebbe votato per i candidati di tutti i partiti politici tranne per quelli del Msi e del Pci”.

Vitale espone un concetto di destra stereotipato: vista solo come una forza reazionaria, essa sarebbe pronta persino a colludere con Cosa nostra pur di mantenere i privilegi del ceto dominante. Senza dubbio esistono settori assimilabili alla definizione di Vitale; ma sono piccole zone d’ombra nei confronti di una parte politica, la destra italiana, che ha sempre visto nello Stato il garante della giustizia e della sovranità popolare, e in virtù di questo ha dedicato notevoli sforzi nella guerra al crimine organizzato.

In conclusione, alla domanda di Vitale rispondiamo sì: la lotta contro la mafia non è né di destra né di sinistra (se queste ancora esistono): è oltre la destra e la sinistra, poiché è lo scontro tra etica e corruzione; legalità e illegalità; valori e guadagno; è un conflitto che riguarda l’uomo in quanto tale, al di là della sua visione politica.

La battaglia contro la mafia, mafia come organizzazione e mafia come stile di vita, è dovere di ogni cittadino: se ci si scontra anche su questo, si rischia di sottrarre tante energie a una battaglia che di nuove energie ha sempre bisogno.

Se ciò che Vitale ha scritto è un sentore diffuso a sinistra, c’è ancora molta strada da fare. Ma siamo fiduciosi che non sia così. Pensiamo che in entrambi gli schieramenti ci siano persone che vedono chiaramente chi sia l’alleato e chi l’avversario.

Seguiamo l’esempio di chi a destra e a sinistra ci ha preceduto e facciamo fronte comune contro il crimine organizzato. Glielo dobbiamo.


FONTI:

Il resto delle informazioni utilizzate può essere reperito sul sito della Enciclopedia Treccani.

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