L’economia nella morsa del CoronaVirus: come l’Italia può tenere accesi i motori produttivi

di Giorgio Gariboldi e Danilo DF

È vero il detto che recita “Ai momenti di più grave crisi per l’umanità, seguono i periodi di maggior sviluppo”. È ancor più vero in economia, poiché se è corretto che la scarsità di risorse aguzza l’ingegno dell’innovatore, allora una situazione di necessità come la nostra spingerà le imprese a rinnovarsi, digitalizzarsi e migliorare quei processi produttivi che prima non venivano discussi perché così era lo status quo.

Tuttavia, quanto vi sarà da ricostruire, una volta passata la tempesta, è il punto focale: una crisi come quella che stiamo vivendo a causa del CoronaVirus può trasformarsi in uno stimolo, se di breve durata, o in una catastrofe, una tragedia, se si allungherà troppo. Inoltre, questa crisi si configura in modo diverso da quella del 2008, che originò in soli due settori, l’immobiliare prima e il finanziario poi. La crisi odierna pare toccare una moltitudine di settori, dal produttivo al sanitario, ai trasporti: un vero e proprio shock sistemico. In questo contesto di paura collettiva, sarà l’economia reale a fermarsi per prima e quella finanziaria seguirà per timore di drenare risorse in una nave destinata a sprofondare.

A questo proposito, per quanto la nostra economia sia ben inserita in un modello di libero mercato, ritorna evidente quanto necessario sia il ruolo dello Stato come ultimo garante dell’ordine quando il sistema economico è sotto shock. Le armi che uno Stato ha a disposizione per arginare crisi di questo tipo, instillare fiducia nella popolazione e garantire che il ciclo dei consumi regga, sono principalmente due: la politica fiscale e la politica monetaria.

POLITICA MONETARIA

Parliamo di quest’ultima: la politica monetaria e come può salvare la nostra economia. In un momento in cui le imprese han difficoltà a produrre (e vendere), diventa necessario che esse possano accedere a dei prestiti a breve termine in modo rapido ed economico, per garantire il cashflow necessario a mantenere la produzione, rimodularla su prodotti alternativi e ristrutturare l’intero business, se occorre.

I metodi con cui queste imprese possono accedere a dei “prestiti” di denaro sono molteplici e uno dei più comuni è l’emissione di titoli obbligazionari. Data la situazione di crisi e la generale carenza di liquidità, è oggi più difficile vendere i propri titoli, che perdono di valore e salgono nel tasso di interesse che bisogna offrire per venderli.

Ora, mettiamoci nei panni di una banca che ha acquistato titoli obbligazionari per centinaia di milioni di euro: questo calo di valore comporta una perdita per gli investimenti delle banche. Se le banche perdono soldi, i prestiti che possono concedere diminuiscono perché entrano in gioco i vincoli posti a protezione dal rischio sistemico del sistema bancario. La conseguenza finale è che esse saranno costrette a ridurre il credito alle imprese.

Per ovviare a ciò, uno Stato può acquistare i titoli degli istituti finanziari, in modo che essi abbiano la liquidità necessaria a prestare tutto il denaro richiesto. Su questa politica, però, l’Italia non ha sovranità, avendo essa la moneta unica dal 2001 e di fatto passato questo potere alla Banca Centrale Europea. Proprio il Presidente della BCE, Christine Lagarde, pochi giorni fa annunciò che “non è compito della Banca Centrale chiudere gli spreads”.

Perché queste parole fecero così male alla nostra nazione? Per capire come lo spread impatta sulle nostre vite, è necessario capire il funzionamento del sistema euro e le sue implicazioni. Con la nascita della moneta unica e della Banca centrale europea, i singoli paesi appartenenti all’Eurozona hanno visto la convergenza di diversi parametri economici, primo fra tutti il tasso d’interesse, che definisce il costo del denaro. Le direttive europee sulla misurazione dei rischi per le banche, assicurazioni e fondi comuni di investimento hanno stabilito l’identità dei rischi dei debiti sovrani. Viste tali regole, gli attori economici non discriminavano i rischi dei vari debiti sovrani europei grazie al ruolo di garanzia svolto dalla BCE, che vendeva i titoli di stato con i rendimenti più alti e comprava quelli coi rendimenti più bassi, sino a quando i titoli di stato europei presentarono tutti il medesimo rendimento dei titoli di stati tedeschi, considerati i più sicuri a livello europeo. Tuttavia, la crisi del 2008 ha presto fatto crollare questo sistema.

Con il primo fallimento bancario europeo, la banca tedesca IKB nel 2009, il governo tedesco precisò che ogni stato membro avrebbe fatto fronte alle proprie crisi bancarie. Ciò implicava per gli attori economici che l’eurosistema valeva solo sulla carta e quindi essi iniziarono ad apprezzare differente rischio di credito dei vari titoli governativi attraverso uno spread. A rafforzare questa situazione contribuì nel febbraio del 2011 la scelta della BCE che decise di conformarsi a questi differenziali sul mercato interbancario. Veniva così meno il supporto della Banca Centrale, dando l’impressione che non vi fosse una politica istituzionale in grado di difendere l’euro. Questo comportò gli attacchi speculativi del 2011 di chi scommise contro la tenuta dell’eurozona.

Attualizzando alla nostra situazione, lo spread è la differenza tra il rendimento dei Buoni del Tesoro italiani (Btp) e i Bund tedeschi. Se lo spread sale, significa che il rischio percepito dei nostri Btp è cresciuto e gli investitori preferiscono titoli più sicuri; di conseguenza, l’Italia è costretta a fissare rendimenti più alti per i propri Btp per attrarre investitori, senza i quali lo Stato andrebbe in carenza di liquidità. Ora, le dichiarazioni della Lagarde, solo le sue parole, han fatto schizzare il nostro spread a livelli che non vedevamo da anni, causando la caduta a picco delle nostre borse.

Pochissimi giorni dopo, ecco le scuse, arrivate in grande stile: la Lagarde ci ripensa e afferma che “Non ci saranno limiti al nostro impegno per impedire la frammentazione dell’euro” e con queste scuse porta il Pandemic Emergency Purchase Programme, un imponente Quantitative Easing di 750 miliardi, che, nella sostanza, sembra essere molto utile a “chiudere gli spreads”, richiamando il “Whatever it takes” di Mario Draghi. Alla fine, il nostro spread è ricalato poiché, aumentando la domanda dei nostri titoli, si abbassa il loro tasso di interesse (è passato da quasi il 3% all’1,7%) e pagheremo di meno i soldi che ci vengono prestati.

Meglio così, diremo noi. Meglio che vi sia stato questo ripensamento; forse però possiamo permetterci di dire che, da chi dovrebbe essere espressione della migliore classe dirigente, incoerenze così grossolane e dannose non ce le aspettavamo.

Tornando all’Italia, perché questo ci preoccupa, il nuovo Quantitative Easing consiste proprio nell’acquisto, da parte della BCE, di titoli di Stato e titoli privati (per noi circa 170-200 miliardi), volto a fornire alle banche la liquidità necessaria per finanziare famiglie e imprese, in modo da “non chiudere baracca e burattini”, lasciando intere famiglie senza reddito e un tessuto produttivo da ricostruire. Nello specifico, le aziende italiane potranno beneficiare di prestiti a tasso più basso, anche qualora non potessero dare le garanzie che usualmente sarebbero richieste. Inoltre, la BCE ha annunciato che riceverà come garanzia anche titoli di piccole e medie imprese, garanzia dei prestiti che a sua volta fa alle banche, e ciò dovrebbe aiutare la distribuzione di credito.

POLITICA FISCALE

Questa era la prima arma che potrebbe salvare la nostra economia, vediamo ora la seconda: la politica fiscale. Per normative europee, i vecchi criteri di Maastricht e il Patto di Bilancio europeo (il noto Fiscal Compact), è previsto non solo l’obbligo di perseguire il pareggio di bilancio ma anche l’obbligo di mantenere il deficit pubblico al di sotto del 3%; in caso contrario è previsto che scattino sanzioni semi-automatiche al Paese trasgressore. Nel nostro caso significa che lo Stato italiano non potrebbe spendere il necessario a stimolare l’economia in questa crisi che l’attanaglia. Non sorprende quindi che la Commissione europea abbia appena deciso di sospendere il Patto di Stabilità, consentendo ai governi nazionali di pompare denaro nell’economia.

Alcune misure sono già state prese, forse in ritardo, forse in modo incompleto, dal governo Conte. Vediamo ora quali interventi statali potrebbero dare il giusto stimolo all’economia, analizzando qualche proposta avanzata da Carlo Cottarelli durante la sua intervista con Starting Finance Italia del 19 marzo 2020.

In primis, la fase attuale: le aziende son bloccate o quasi, han difficoltà a tenere aperto e a far lavorare i dipendenti; situazione che ritroviamo uguale se non peggiore nel settore pubblico. In questa situazione, è fondamentale che il governo assicuri sostegno a quelle famiglie e imprese senza reddito, tramite un rinforzo della Cassa Integrazione, assegni di disoccupazione di breve durata ma alto importo, una dilazione dei pagamenti delle tasse per le imprese… la lista potrebbe allungarsi molto.

L’obiettivo di queste manovre a breve termine è quello di assicurarsi che l’equilibrio sociale non si spezzi, che le famiglie non vadano nel panico perché lasciate senza tutele e di conseguenza evitare che la popolazione si dia a comportamenti illeciti per sopravvivere. Inoltre, garantire alle famiglie la possibilità di mantenere un consumo minimo, permette alle imprese di continuare a vendere.

Una volta passata la tempesta, però, diventa necessario ricostruire. Si passa quindi alla seconda fase, alla rinascita, in cui le imprese tornano a produrre; bisogna assicurarsi quindi che la popolazione sia incentivata a comprare. In questa fase, potrebbe essere necessario un taglio generalizzato alle tasse o un piano di helicopter money, che consiste nell’iniezione diretta di denaro una tantum da parte dello Stato nei conti dei cittadini. Questa può essere una buona scintilla di innesco per i motori dell’economia; tuttavia, il problema di questa politica è che la popolazione potrebbe decidere di non spendere quella liquidità extra ma di risparmiarla, togliendo quindi risorse allo Stato senza dare un impulso ai consumi. Questo può accadere soprattutto se il governo non è stato capace di ristabilire la fiducia della popolazione nelle istituzioni, che quindi diventa avversa al rischio. Per ovviare a ciò, lo Stato potrebbe temporaneamente affiancarsi agli imprenditori e varare un piano di investimenti pubblici intelligenti sui settori più critici, volti a stimolare la domanda interna.

Ora, ci è chiaro che tutte queste manovre fiscali espansive andranno ad aumento delle spese dello Stato e quindi del nostro deficit, che lottavamo per tenere intorno al 2% e ora pare si impennerà oltre il 4%. Non è immaginabile altrimenti, dopotutto: per quanto oneroso, il debito è calcolabile e pianificabile mentre i danni che avremmo se l’economia si fermasse e dovessimo svendere le nostre società sarebbero incalcolabili, devastanti. Da questo punto di vista, son rimasto piacevolmente sorpreso nel sentire Cottarelli proporre queste soluzioni, per la pace di tutte quelle anime che la notte sognano le spending reviews, i pareggi di bilancio e i tagli agli investimenti, anime che vedevano in Cottarelli il loro dio. E il loro dio li capisce, li apprezza, ma di fronte a questa crisi gli ha dovuto dire no, come un padre pragmatico coi figli illusi.

Ma la responsabilità di questa concezione tecnocratica e astratta dell’economia e dei suoi problemi sta in capo a tutti coloro che nel corso degli ultimi 20 anni hanno parlato delle proprietà quasi miracolose delle regole europee. Regole che sono tutto fuorché il prodotto di una presunta maggiore efficienza dei popoli del Nordeuropa, di quelli che fanno i compiti a casa e amenità simili.

Come dimostra la storia della curva degli spreads e del fiscal compact, il modello finanziario europeo è un riflesso dei rapporti di forza economica tra i vari stati membri dell’unione: se nel bel mezzo della crisi finanziaria del 2008 prevalse la linea “tedesca” del nessun sostegno agli stati con la presidenza di Trichet alla BCE, con Draghi e il suo “whatever it takes” vi è stato un ribaltamento della posizione verso un maggiore interventismo della banca centrale. Ciò non è frutto di schizofrenia, ma di una diversa interpretazione dello statuto della BCE, chi più restrittiva, ossia la posizione dei paesi Nordeuropei, Germania in primis, chi più estensiva, cioè la posizione dei paesi mediterranei, sostenuta da figure come Draghi.

La lezione che impariamo da questo virus è chiara: i conti pubblici in ordine possono essere un obiettivo, un target di lungo periodo che garantisce diversi benefici, ma a breve termine non è possibile lasciare l’economia senza i giusti stimoli di fronte a queste crisi, poiché questo ritarderà solamente la sanificazione dei conti stessi. Oltre a ciò, potremmo anche considerare che, in questo lasso di tempo, è in gioco l’inezia del non lasciare una popolazione in preda al caos ma ridarle fiducia nel futuro.

Non lamentiamoci poi della fuga dei cervelli, se in altri Stati i nostri migliori giovani possono trovare strutture che li valorizzano e li finanziano e in Italia no, perché dobbiamo costantemente rassicurare delle sovrastrutture del fatto che non stiamo bruciando denaro pubblico in modo improduttivo e non abbiamo intenzione di fallire a breve. Mi auguro che queste lezioni saranno ricordate anche post-crisi, quando ricominceremo le nostre vite.

E per concludere, che possibilità ha l’Italia?

Questo scenario è difficile da prevedere: alcuni prospettano la morte delle piccole e medie imprese a favore della grande industria. In un certo senso, una agglomerazione industriale è prevedibile in futuro, ma non per forza colpirà solo le PMI: è probabile che chi avrà strutturato la sua impresa su un parco clienti variegato e sia riuscito a digitalizzarsi durante la quarantena, mantenendo la produzione, sopravvivrà ad altri modelli di business più arretrati (o sfortunati), rilevando quindi le loro quote di mercato.

Cosa dovrebbe cercare un investitore quindi, armandosi di precauzioni? Imprese con un cash balance alto e un contenuto tasso di indebitamento, soprattutto a breve. Bisogna guardare anche quali sono i loro costi fissi e se possono essere abbassati in tempo limitato, capendo quali sono le aziende che saranno in grado di sopravvivere e quelle che saranno acquistate o tireranno giù la serranda. Tuttavia, va considerato anche l’intervento statale, dato che esso probabilmente sarà diretto a quei settori nevralgici che, senza sostegno, morirebbero: un esempio è il settore aereo americano, che sarà finanziato poiché le sue imprese sono quelle più a rischio, a causa della loro struttura caratterizzata da alti costi fissi e altissimi costi di avviamento, a fronte di un fatturato falcidiato dalla quarantena.

Ora, ipotizzando che le nostre misure sanitarie saranno efficaci, è possibile che usciremo dalla crisi prima degli altri Stati europei. Ovviamente, l’avere i principali partners commerciali ancora stretti nella morsa del virus e della quarantena rallenterà il nostro export e di conseguenza la nostra ripresa. Diventa naturale quindi l’augurio che i nostri colleghi europei siano sufficientemente lungimiranti nel proteggersi. Tuttavia, non è da escludere che l’Italia, essendo fra le prime a riemergere da questa nube che ci opprime, potrà avere uno sguardo più chiaro di quali saranno i trends commerciali del “nuovo mondo”, interiorizzarli e applicarli al proprio tessuto produttivo, riadattandolo mentre quelli dei nostri “competitors” sono ancora paralizzati. Insomma, l’Italia, se gioca bene, potrebbe avere le carte in regola per riemergere meglio e in modo più competitivo che mai da questa crisi.

Come abbiamo detto all’inizio del nostro ragionamento, dopotutto, i momenti di maggiore crisi possono diventare quelli di principale svolta

Per saperne di più:
“E se l’Italia uscisse meglio e prima degli altri dalla crisi perfetta?”, Gianluca de Stefano, Il Sole 24 Ore, 19 Marzo 2020.
“Starting Finance incontra Carlo Cottarelli”, Edoardo Scirè, Starting Finance, 19 Marzo 2020.
“Prima lo spread, poi il Pepp. Da 1 a 10 quanto è credibile la Lagarde?”, Francesco Mercadante, Il Sole 24 Ore, 20 Marzo 2020.
“Anamnesi dell’euro e possibili cure”, Marcello Minenna, Rivista giurimetrica, 2015
“Coronavirus, Von der Leyen: «Il patto di Stabilità è sospeso, ora il bilancio italiano può gestire la crisi. Fine degli egoismi»”, Francesca Basso e Barbara Stefanelli, Corriere della Sera, 21 mar 2020

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