#Dantedì : la lezione di Dante sull’amor di patria

di Federica Masi

Per la prima volta in Italia, il 25 marzo spunta sul calendario il Dantedì, la giornata nazionale dedicata al più grande dei poeti, Dante Alighieri. L’iniziativa è stata promossa e approvata dal Consiglio dei Ministri lo scorso gennaio, per onorare un importante profilo letterario e di paternità tutta italiana. La scelta del giorno non è casuale, al contrario – secondo le interpretazioni più accreditate – sembra coincidere con la data di inizio dell’immaginario viaggio oltremondano, descritto nella Commedia.


Dante Alighieri, infatti, riemerge prepotentemente in tutte le realtà storiche, sociali e politiche, anche delle epoche più recenti. Le pagine dantesche trovano perfetta corrispondenza nel nostro concetto di amore per la patria, di libertà e di responsabilità, nonostante molti secoli ci dividano dal suo tempo.
Il Sommo poeta ̶ oltre ad essere celebrato per l’imponente lascito poetico e linguistico, di cui siamo modesti recettori ̶ si fa referente di un momento storico di profonda crisi politica e sociale, che indichiamo canonicamente come Medioevo. Uomo politico, quindi, impegnato in prima linea per la difesa della propria città e il bene dei cittadini, dopo aver raggiunto la più alta magistratura. A fare da sfondo è Firenze, che era il centro più fiorente dell’epoca e rivendicava una certa autonomia nei confronti del potere espansionistico di Bonifacio VII. Nonostante la fama di strategico centro economico, Firenze si rivelò teatro di lotte intestine, violente e sanguinose, soprattutto dopo la sconfitta dei ghibellini a Benevento (1266) e la successiva presa di potere dei guelfi, internamente schierati tra Neri e Bianchi.
L’Alighieri era di Parte Bianca, quindi sposava un progetto politico orientato coerentemente in difesa delle libertà e del sistema comunale, in contrasto con la politica della Chiesa.

La sua posizione politica gli costò, però, il peso dell’esilio ̶ avvenuto intorno al 1302 ̶ poiché accusato di baratteria (oggi peculato) dal podestà Cante Gabrielli, con l’aiuto dei sostenitori del papa.
«Veramente io sono stato sanza vela e sanza governo, portato a diversi porti e foci e liti» descrive così , nel Convivio, la sua nuova condizione da exul immeritus, abbandonata ogni fonte di speranza e vinto dall’amarezza. Dante percepisce la frattura funesta esistente tra il sistema e la condizione effettiva della società di parvenu, in cui vive, a tal punto da abbandonarsi ad una riflessione intellettuale che trova compimento nelle opere etico-politiche, il Convivio e il De Monarchia, ma ancor più nella Commedia.

Il poeta fiorentino si fa promotore dell’idea di una monarchia universale, retta da due soli, che possano interagire senza subordinarsi mai: l’Impero e la Chiesa. Per Dante entrambi devono assolvere a un unico compito, cioè garantire la felicità dell’uomo. Per avere una visione più chiara di ciò che Dante provò a idealizzare per la sua epoca, bisogna far riferimento al canto XVI del Purgatorio, in cui scrive «Soleva Roma, che ’l buon mondo feo/ due soli aver, che l’una e l’altra strada/ facean vedere, e del mondo e di Deo». Da questi versi si evince l’apprezzamento del poeta per l’Impero Romano, come incarnazione del suo pensiero politico. Le cause profonde di crisi furono la cupidigia, la lussuria e la superbia degli uomini, che distrussero il tessuto sociale e l’intero schema politico vigente.


Diamo a Dante una valenza universale per essere l’ anticipatore di concetti chiave , indispensabili nella modernità, come la libertà dell’individuo ̶ che dichiara essere «il più grande dono fatto da Dio alla natura umana […] perché grazie ad esso raggiungiamo qui la nostra felicità come uomini […] nell’aldilà come dei» ̶ e la responsabilità di ogni atto compiuto dall’uomo, di cui troviamo riscontro nel viaggio che compie il poeta, per purificarsi dal peccato ed elevarsi al perfezionamento morale e spirituale.
L’amore per la patria tormenta l’anima del poeta esule, divenendo centrale nei tre canti VI ̶ all’interno di ogni cantica ̶ dedicati alla politica: attraverso Ciacco, nell’Inferno, condanna la dissolutezza di Firenze, per poi passare in rassegna i mali dell’Italia nel Purgatorio con Sordello e concludendo, nel Paradiso, con un’esaltazione della grandezza dell’Impero Romano.


Il pensiero politico di Dante non può essere dissociato né dalla filosofia – necessaria per guidare la società – né dalla teologia , indispensabile per la vita eterna. Perciò, per Dante, libertà politica, libertà morale e felicità terrena possono essere raggiunte soltanto in una condizione di giustizia e pace, garantita dai governanti.


Il Sommo poeta diventa un case study dei nostri giorni, così come lo è stato nel corso dei secoli. Per esempio, il Nobel per la letteratura Giosuè Carducci, nel 1897 addebitò il tricolore italiano a Dante Alighieri, ispirato dai versi del XXIX canto del Purgatorio: « Tre donne in giro da la destra rota venian danzando/ l’una tanto rossa ch’a pena fora dentro al foco nota/ l’altr’era come se le carni e l’ossa/ fossero state di smeraldo fatte/la terza parea neve testé mossa». E ancora, un altro richiamo al canto successivo, il XXX del Purgatorio, in cui i colori di Beatrice (sovra candido vel cinta d’uliva/donna m’apparve, sotto verde manto/vestita di color di fiamma viva Pg. XXX,33-36) richiamano le tre virtù teologali ̶ fede (bianco), speranza (verde) e passione (rosso) ̶ e i colori della nostra bandiera.


Ben inteso, in Dante non possiamo ricercare le soluzioni per i mali del nostro tempo, ma cogliere quelle riservate per i mali della sua epoca, insegnandoci a comprendere il valore della storia, della sua storia. Dante ha lasciato ai posteri delle importanti lezioni ̶ radicate nella cultura italiana ̶ di tipo linguistico, filosofico e letterario . È per questo che Dante Alighieri vive nel presente, conserva il passato e insegna al futuro.

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