Cosa può ancora insegnarci Dante

di Fabiana Cuozzo

In onore del Dantedì, 25 marzo 2020

L’ idea della giornata è di Paolo Di Stefano, giornalista del Corriere della Cera. “Dantedì” mi è venuto conversando con lui: volevo un nome solo, originale, comprensibile a tutti e in grado di scalzare il dante-day che desideravo evitare – ricordiamo infatti un celebre passo del Convivio in cui il Poeta aveva lanciato una furiosa invettiva “a perpetuale infamia e depressione de li malvagi uomini d’Italia, che commendano [cioè lodano] lo volgare altrui e lo proprio dispregiano” – come martedì è il giorno di Marte, il 25 marzo sarà il giorno di Dante, che veneriamo come una “divinità” linguistica e culturale.”
Queste sono le parole di Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, che ha coniato tale termine.


Ma perché proprio il 25 marzo?


Il poeta afferma di essersi smarrito nella “selva oscura”, “nel mezzo del cammin” della sua vita, cioè intorno ai 35 anni, poichè, sulla scorta di un passo biblico, egli considerava la durata media della vita in 70 anni.
Essendo il poeta nato nel 1265, l’anno del viaggio deve quindi collocarsi nel 1300.
In Inf. I, 37-40:
“Temp’ era dal principio del mattino,
e ‘l sol montava ‘n sù con quelle stelle
ch’eran con lui quando l’amor divino
mosse di prima quelle cose belle;”


Dante specifica le circostanze dell’apparire della lonza, la prima delle tre fiere della selva oscura: sono le prime ore del mattino ed il sole, afferma il poeta, sta sorgendo nella costellazione dell’Ariete.
Il viaggio di Dante è quindi da collocare nel tempo dell’equinozio di primavera, quando il sole sorge e tramonta alla stessa ora in tutti i luoghi della terra e segna il momento climatico della rinascita della natura.
Inoltre, si riteneva comunemente nel Medioevo che Cristo fosse morto al compiersi dei 34 anni dall’incarnazione, fissata per induzione, a partire dalla tradizionale data della natività (25 dicembre), al 25 marzo, data vicina, e non certo per casuale coincidenza, all’equinozio di primavera.
Questa informazione non solo conferma l’anno del viaggio al 1300, ma offre uno spunto per individuarne il giorno di inizio.


In base ai dati è possibile dedurre che lo smarrimento di Dante nella “selva oscura” ebbe luogo il 25 marzo 1300, che a Firenze, era anche il primo giorno del nuovo anno e del nuovo secolo.

Quello che più colpisce in Dante è il carattere orgoglioso e appassionato, privo di ipocrisie e incapace di ricavare un vantaggio personale dal groviglio d’interessi che lo circondava.
Per questo affrontò persone e situazioni con un rigido senso di giustizia che lo impose come una delle più nobili figure del suo tempo. Completa la sua personalità una fede energica e profonda che, se nella sua giovinezza fu in parte sommersa dalle passioni, trovò poi per tutta la vita intransigenti affermazioni.

Questa fede religiosa, però, non fu mai un distacco dal mondo. Dante, infatti, fu sempre saldamente inserito nella realtà, e la sua fede attiva stabilì un continuo legame fra cielo e terra: il poeta non poteva pensare al mondo terreno senza illuminarlo degli ideali religiosi né poteva volgersi a Dio senza il ricordo degli uomini.
L’equilibrata maturità di una ricchissima vita intellettuale lo preservò dalle forze passionali e quasi aggressive che ribollivano nel suo animo: egli non le soffocò, né mortificò il loro vigore, ma riuscì a disciplinarle, rivelandole come purificate, ma non per questo meno ardenti e luminose.

Nessuno poteva immaginare che nel 2020, primo anno in cui viene inaugurata la giornata nazionale del Sommo Poeta, un grande nemico, non solo per l’Italia, ma per il mondo intero, stava per impedire che questa venisse omaggiata.
Potremmo affermare che oggi ci troviamo in una “selva oscura”, ma anche nella depressione di questi giorni, il Dantedì ha acceso tanto fervore e passione collettiva, ovunque, nelle istituzioni, nelle persone comuni.
Nonostante le aule, le piazze, i teatri, le librerie e le biblioteche siano vuote, grazie alla tecnologia possiamo continuare ad essere uniti, sentirci più vicini e onorare questa ricorrenza. La Crusca ha proposto di leggere, fuori dal balcone delle nostre case, i primi e gli ultimi versi dell’Inferno, cosicché in questa “selva oscura” possiamo essere accompagnati da Dante e riuscire, come ha fatto Lui, a liberarci dal male, a ritrovare la pace, o semplicemente imparare a trascorrere qualche ora dei nostri giorni all’insegna della cultura.

Un appello voglio farlo agli italiani, con questa terzina:
“Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!”


Qui Dante mette in risalto la decadenza dell’Italia, che da dominatrice di province si è trasformata in “bordello”; le lotte fratricide tra le fazioni dilaniano le città italiane, seminando devastazioni, esili, lutti; le tirannie che rendono l’Italia “serva”; l’assenza di una guida e la corruzione della Chiesa.
Purtroppo, ancora oggi, l’Italia non è riuscita a ritrovare il suo splendore, molti ne convengono, ma quando qualcuno prova a cambiare le cose, viene chiamato dittatore.

Dobbiamo essere consapevoli di ciò che possediamo, di ciò che è l’Italia.
Ritrovo più attuale che mai la celebre frase di Massimo D’Azeglio: “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”. Italiani, un popolo che in questi giorni duri combatte contro un male comune, e che ho visto sempre più unito, con uno spirito patriottico inconsueto, ma rincuorante.


Concludo con le parole di Sabatini, il quale afferma:

“Dobbiamo capire che per secoli le grandi potenze hanno giocato a pallone con il nostro Paese. Io spero che questa giornata serva a sapere come siamo arrivati a essere quello che siamo, senza boria, senza sovranismi, sia chiaro, per capire quello che ancora possiamo fare di buono: se non vogliamo tornare a essere più quel pallone, dobbiamo partecipare al dialogo costruttivo di cultura con il resto del mondo.”

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