La distinzione tra Fenomeno e Noumeno ai giorni nostri

di Filippo Pellucchi

Chiunque abbia mai studiato filosofia al liceo o per conto proprio, o abbia deciso di proseguire i suoi studi arrivando ad iscriversi alla facoltà stessa di filosofia, si sarà sicuramente imbattuto in uno degli autori più celebri nel panorama tedesco del XVIII secolo.

È davvero improbabile che non si sia mai sentito anche per caso pronunciare il nome di Immanuel Kant (1724-1804), autore di una trilogia di opere che ha per sempre cambiato il nostro modo di intendere il mondo e la nostra persona. Mi sto qui riferendo alla Critica della ragion pura, della ragion pratica e del giudizio. Una delle parti più celebri di queste opere e contenuta nella Critica della ragion pura (e poi anche affrontata nella Critica del giudizio) è la distinzione tra fenomeno e noumeno.

Con il primo termine, l’autore vuole indicare l’unica realtà che possiamo conoscere e che è accessibile alla nostra sfera sensoriale. In altre parole, ciò che possiamo cogliere attraverso l’uso dei sensi e mediante ciò che Kant chiama “categorie pure a priori”, ossia spazio e tempo, già presenti in noi senza che ne possiamo fare esperienza (per questo dette “ a priori”).
Con il termine noumeno, Kant parla invece di una realtà che si può pensare (e non conoscere) attraverso l’intuizione e la ragione, che è tuttavia non accessibile all’uomo, a causa della condizione finita del suo intelletto.


Perché è importante questa distinzione ancora oggi, a distanza di più di 200 anni dalla sua pubblicazione (l’opera è infatti stata pubblicata per la prima volta nel 1781)?
La nostra società è fortemente improntata sul concetto di fenomeno e denigra totalmente l’aspetto del noumeno, legato ad una dimensione metafisica e confusa. Si assiste non di rado a casi in cui valutiamo solo l’apparenza e lo stato esteriore di una situazione o di una persona, e per vedere ciò basta pensare all’uso smisurato che facciamo dei social network o l’importanza che attribuiamo alle nostre prime impressioni.

La natura intrinseca del social permette infatti la creazione di una barriera, un velo di Maya che oscura tutto ciò che sta dietro quella persona, i suoi atteggiamenti reali e la sua identità.

Possiamo dire che il social è una macchina in grado di plasmare fenomeni in senso kantiano, la cui funzione è tutt’altro che conoscitiva come ipotizzava l’autore tedesco, ma è anzi fuorviante e nasconde la realtà autentica che deve essere rappresentata e conosciuta. Purtroppo, tale investitura riguarda anche, in secondo luogo, la comunicazione e i rapporti personali.

Quante volte guardiamo il telegiornale pensando che tutto ciò che viene comunicato sia la verità e nient’altro? Certamente una mente più informata saprà capire quando un presentatore sta comunicando delle informazioni manipolate e controllate, ma ciò non accade per la maggior parte delle persone.

Eppure, l’accesso ad una forma di conoscenza, al contempo mediata (attraverso la televisione, il cellulare, la radio e quant’altro) e immediata (ossia istantanea, rapida) pare essere garanzia che ciò a cui stiamo assistendo, paradossalmente, sia una verità innegabile. Ancora una volta la nozione individuata da Kant pare essere azzeccata e tutt’altro che fuori contesto.

Se pensiamo ai rapporti personali, invece, emerge maggiormente il secondo aspetto della teoria di Kant, vale a dire la sua riflessione sul concetto di noumeno. Chiedo al lettore di immaginare una situazione in cui deve fare la conoscenza di una nuova persona e di pensare oggettivamente al mare di pensieri che si agita nella sua testa. È inevitabile che le prime impressioni siano determinanti nel giudizio di un’altra persona, sia essa un conoscente, un amico che si è vestito diversamente dal solito e il vostro capo.

Il noumeno entra in gioco in questo modo: quando arrivano le prime impressioni sensibili, la nostra attenzione non è rivolta al processo che ha portato quella persona ad assumere quell’aspetto e ad apparirci in quel modo, ma giungiamo subito alla conclusione che la persona stessa SIA ciò che ci appare. In altre parole, non cerchiamo neanche di superare il muro del fenomeno e di portare alla mente delle ragioni valide per giustificare il nostro modo di pensare, ma lasciamo che i nostri pensieri e i nostri giudizi prima facie ci indichino il carattere, le abitudini, le idee della persona che abbiamo davanti. Anche se sono pochi esempi, credo che rendano bene l’idea.


Il caso tuttavia più importante che si può facilmente riscontrare oggi, trovo che sia però la facilità con cui accettiamo che oltre il fenomeno, oltre il sensibile, oltre ciò che ci appare davanti agli occhi non ci sia niente. È un’idea talmente potente e pericolosa che fa perno e si fissa nell’anima di molte persone.

Il rischio di tale posizione è quello di arrivare a tenere per buone solo posizioni riduttive e banali, come il carpe diem o l’utilitarismo di Jeremy Bentham, considerando come assoluti dei sistemi di pensiero che mirino al piacere qui ed ora, senza alcuna aspettativa futura o imminente, poiché questo stesso è inconoscibile. Io trovo che l’unico antidoto a questa possibilità, ormai tramutatasi in concreta realtà e sempre più dilagante, sia il recupero di una forma critica del pensiero e dell’informazione, come avrebbe sostenuto lo stesso Kant nei suoi scritti, rivolgendosi tuttavia ad un altro pubblico e con una tale quantità di sapere che non mi permetterei minimamente di mettere in discussione o con cui proverei a confrontarmi.

L’atteggiamento che ognuno di noi è invitato ad assumere è quello di evitare un’entrata passiva di dati dell’esperienza, per approdare ad un’elaborazione cosciente e dinamica, mediante il confronto, il dialogo, la stesura di testi o l’amore per la conoscenza. Solo in questo modo riusciremo ad arginare l’avanzata di un esercito di soggetti schiavi delle proprie impressioni e della loro scarsa preparazione, in virtù di una comprensione più nitida di ciò che ci circonda e per cui non finiremo mai di nutrire una profonda sete di conoscenza e sapere squisitamente critico.

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