Finita l’emergenza, abbiamo bisogno di radicali riforme costituzionali

Di Paolo Muttoni

Premetto la lunghezza dell’articolo, d’altronde siamo in quarantena e cinque minuti per leggere una riflessione non possono mancare.

L’emergenza sanitaria, economica, politica e sociale da coronavirus lascerà strascichi. Ma come ogni grande crisi, sarà prodromica a grandi cambiamenti futuri (ad esempio la peste del Trecento decimò la popolazione mondiale, ma fu il terreno da cui nacquero Umanesimo e Rinascimento).

Perché una crisi politica?

L’emergenza sanitaria ha messo in mostra tutte le nostre lacune politiche. La mancanza di una gerarchia di comando chiaro, un parlamento reso totalmente inutile e superato dal governo, una mancanza di strategia sulla crisi che ha distrutto la nostra immagine nel mondo, un mancato coordinamento tra regioni e stato centrale dovuto all’astrattezza del titolo V.

Per tutte queste ragioni la crisi economica/sanitaria si trasformerà presto in crisi politico/sociale (parole del ministro del Sud, Provenzano è a rischio la tenuta democratica del nostro paese”)

Prima necessità è superare il parlamentarismo esasperato, figlio di una costituzione redatta alla fine di un periodo totalitario. Abbiamo bisogno di andare oltre, dando realmente importanza al parlamento, mettendo sullo stesso piano del governo. Come? Rendendo i due organi indipendenti tra loro, entrambi eletti, anche in periodi diversi, ma con nessuno dei due che sia in grado di sciogliere l’altro. In questo, non solo li obblighiamo a collaborare sui temi, ma rendiamo il parlamento un organo libero ed al centro del processo legislativo.

L’unica forma possibile per questa impalcatura è il presidenzialismo (http://giovaniadestra.it/2018/01/09/presidenzialismo-in-italia/).

Necessita di una riforma anche il governo, premesso dell’elezione diretta del capo dell’esecutivo, in tutta la sua organizzazione ministeriale e amministrativa (senza andare troppo nei dettagli)

Prima di tutto la riorganizzazione ministeriale deve passare per l’azzeramento, ideale, dei ministeri. Dando loro nuova vita. Un cambiamento di questo genere non può non passare per la creazione di un ministero del digitale, con competenze in ambito di rete informatica, privacy, digitalizzazione del paese. È scandaloso che nel 2020 l’Italia, ma non solo, non abbia un ministero che si occupi di normare un ambito della nostra vita oramai prevalente.

Il secondo ministero importantissimo di cui necessitiamo è il ministero “Made in Italy”, con competenze in ambito di promozione del marchio “Italia” all’estero, sia in termini commerciali che turistici, con l’obbiettivo di dare un’unica immagine del nostro paese seria e corretta.

Poi, scontata, l’unione dei ministeri di Scuola e Università, ma con la creazione del ministero che si occupi di ricerca e sviluppo in ambito scientifico. Non in ultimo, la creazione di ministero con competenze totali in ambito energetico.

La necessità di unire il ministero dell’agricoltura a quello dello sviluppo economico, depotenziato dopo la creazione di ministeri che erano suoi dipartimenti.

Ed infine la conferma di Salute, trasporti, Interni, esteri, difesa e giustizia.

Come già detto, la crisi da Covid19 ha messo in mostra tutte le nostre lacune a livello strategico e Geopolitico. Non solo per il ministro degli esteri che ci troviamo. Ma anche per la mancanza di una catena chiara di comando, attorno ad una figura che si occupi h24 della sicurezza del nostro paese (specialmente in momenti di crisi come questi) coordinandosi con i ministeri competenti. Da qui, la creazione di un consigliere per la sicurezza nazionale, proposta ben argomentata dall’ambasciatore Giovanni Castellaneta (https://formiche.net/2020/03/castellaneta-coronavirus/).

Una riforma delle regioni (Titolo V) non in senso centralistico, come qualcuno propone, magari con il sogno nel cassetto di mettere le mani su sanità gioiello come sono quelle di Lombardia e Veneto.

L’obiettivo deve essere superare la via di mezzo in cui ci troviamo. In fase costituente, ma anche nella riforma del 2001, venne trovato un compromesso tra chi chiedeva il federalismo e chi si batteva per il centralismo, optando per questa “Repubblica delle autonomie in cui ci troviamo”

Una soluzione che crea ambiti di competenza grigi, in cui non è chiaro chi debba intervenire. Per questo motivo è necessaria una federalizzazione dell’Italia, unita anche ad una riorganizzazione delle regioni. Perché fatte salve regioni come Lombardia, Veneto, Toscana, Sardegna, Piemonte e Sicilia che hanno una loro storia; le altre regioni cosa sono? Ad esempio, non avrebbe senso federalizzare il Molise, territorio grande come qualche provincia della Lombardia.

Ecco perché al federalismo andrebbe anche unito una riorganizzazione dell’assetto regionale.

Tutto ciò, chiaramente, non si tratta di una riforma costituzionale ma “della riforma costituzionale” ed è per questo motivo che non la si può approvare a colpi di maggioranza, a meno che questa non abbia i 2/3 del parlamento, necessari per non dover passare da un referendum.

L’unica soluzione possibile potrebbe essere l’elezione di una nuova costituente, che lavorerebbe in modo separato rispetto ad un parlamento ed un governo che continuerebbero la “loro normale vita politica” mentre una più ampia assemblea ridiscute l’assetto statale della “Federazione italiana”.

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