Ero keynesiano da prima che andasse di moda.

di Manuel Di Pasquale.

Il nostro paese sta assistendo alla più grande disgrazia socio-economica dal dopoguerra, così come il mondo intero. Quarantene, chiusure totali, serrate: oltre al pericolo biologico del virus, vi è una bomba economica che sta mettendo in ginocchio milioni di persone.

Ripartire, appena la pandemia sarà cessata, sarà veramente difficile: gente che si vedrà i risparmi azzerati, sacrifici di una vita andati in fumo nel giro di poche settimane. In conseguenza di questo, sarà arduo far girare l’economia, visto che in molti non potranno spendere granché.

Questo perché si è cercato di imporre a tutti i costi la linea più pura del liberismo: senza incentivi statali, se non ci sono soldi, i soldi continueranno a non esserci.

Per questo si deve guardare ad un’altra via. Via, tra l’altro, già tracciata nel passato: durante la crisi del ’29 molti stati si trovarono in ginocchio. Due, però, pur accusando conseguenze, ressero il colpo: Italia e URSS. Parliamo dei due che in quel periodo erano plasmati sulle correnti più massimaliste del socialismo: fascismo e comunismo.

Due idee, che non a caso, si basano sullo statalismo. In primo luogo sull’autosufficienza, o sul tentativo di raggiungerla, preferendo in primo luogo prodotti e componenti interni, per poi importare in caso di bisogno e non per motivi di concorrenza, quest’ultima che al giorno d’oggi si è rivelata dannosa per noi, favorendo importazioni estere perché meno costose e delocalizzazioni di imprese che, producendo altrove, possono pagare meno l’intera filiera produttiva, per poi importare di nuovo le merci all’interno dei nostri confini e vendere a prezzo inferiore.

In secondo luogo, componente fondamentale soprattutto per la ricostruzione dell’economia negli anni ’30, la spesa pubblica: se il privato non può creare, è lo Stato che interviene. Quindi: opere pubbliche, piani industriali, incentivi diretti agli agricoltori. Teoria anticipata dall’economista John Maynard Keynes. C’è però un limite: la spesa deve essere produttiva e, soprattutto, in valuta interna. L’esempio odierno ce lo dà il Giappone: debito pubblico alle stelle, ma ben gestito. Una manovra su quella falsariga è l’idea dei minibot di Borghi, ma il dibattito ha spostato pesantemente l’attenzione dalla proposta originaria e si è concentrato sulla discussione riguardante la natura di questi: moneta parallela o cartolarizzazione.

Keynes, tra l’altro, con largo anticipo previde due tragici eventi: la già menzionata crisi del ’29, causata dalla sovrapproduzione e alla corsa agli investimenti finanziari, e la seconda guerra mondiale. Quest’ultima con 20 anni di anticipo, come scritto ne Le Condizioni Economiche Della Pace, poiché proprio queste condizioni furono troppo stringenti per i popoli sconfitti, in special modo per la Germania, messa in ginocchio prima dalla sconfitta della prima guerra mondiale e poi dalla crisi mondiale.

Perché parlo del fallimento del liberismo è della rinascita del keynesismo? Molto semplice: persino i grandi professori, gli eurocrati, hanno capito che qualcosa va cambiato. Draghi, ex Presidente della BCE, della Banca d’Italia, socio di Goldman Sachs, ha capito che bisogna tornare a fare debito. Così come lui, molti liberali lo stanno dicendo in questi giorni.

Gli Stati europei sono discordi sulle mosse da attuare, quindi ognuno deve vedersela da sé. Noi abbiamo un esempio che viene proprio dal nostro passato: fare un tentativo in quella direzione non è sbagliato. Abbiamo bisogno di una grande spinta per ricostruire e solo uno Stato forte può farlo. Se riusciamo a cavarcela da soli, dobbiamo essere pronti, per riguadagnare quel prestigio che meritiamo.

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