La crisi dello stato di Diritto

di Alessio Drudi


Se ci fermassimo un attimo a pensare a quei valori democratici che ormai riteniamo fondamentali e intrinsechi nei nostri sistemi politici costituzionali, capiremmo che non sono davvero così irreversibili e consolidati in tutti i paesi.
Delle volte sembra assistere alla disgregazione politica dello stato di diritto.


Quel modello istituzionale che si fa portatore della garanzia dei diritti fondamentali dei cittadini e stabilisce una netta separazione dei poteri costituenti dello stato (esecutivo, legislativo, giudiziario); principi cosi tanto affermati che l’Unione europea ha deciso di renderli condizione necessaria per farne parte, sancendoli nei vari trattati che si sono succeduti nel tempo: dal trattato istitutivo della comunità economica Europa al trattato di Maastricht fino a sancirli nuovamente nel trattato di Lisbona e già presenti nell’articolo 2 del trattato sul
sull’Unione europea (TUE) il quale recita:”L’Unione è fondata sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza nonché nel rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze”.


Se da un punto di vista formale sono valori così tanto solidi allora perché ancor ad oggi vengono continuamente erosi e messi in discussione dai regimi contemporanei?
In questo periodo di straordinaria amministrazione dettato da un nemico invisibile che sta sconvolgendo le nostre vite il “COVID-19”, il premier ungherese Viktor Orbán ha deciso di accentrare tutti i poteri su di lui, senza un tempo determinato, prevaricando totalmente il parlamento e concedendosi la possibilità di scioglierlo in sua totale discrezionalità e governando con dei decreti da lui emessi; sfidando apertamente i requisiti necessari per far parte dell’Unione europea.
La Polonia anche è un esempio lampante della sfida alla democraticità del paese in quanto si sta svolgendo un processo che è iniziato 5 anni fa, partito dal presidente Andrzej Duda. Il parlamento di Varsavia ha varato una legge che concede la possibilità di controllo sulla critica dei magistrati nei confronti delle riforme del governo e per questo possono essere sanzionati o licenziati.
Ciò è una manifestazione del superamento del principio della separazione dei poteri in quanto l’organo esecutivo può esercitare una forte pressione sulla magistratura condizionandone così l’operato.


Gli esempi di sfida alla democrazia librale dello stato moderno a malincuore delle volte sono anche più feroci e ostili basta affacciarsi verso i confini internazionali.
Se poniamo l’attenzione su dei dati statistici prodotti dal settimanale “The Economist” possiamo notare che: l’80% dei paesi vive in uno stato di democrazia; la percentuale si abbassa fortemente se i regimi vengono ampliati anche a “democrazie imperfette” o “Regimi ibridi” categoria molto ampia che comprende circa il 58,3% della popolazione mondiale, arrivando alla conclusione che solo il 5.7% delle persone vive in regimi completamente democratici. il 36% vive ancora in stati considerati totalitari/autoritari.


Ma ciò che davvero suscita perplessità sono tutti quei sistemi che sembrano riconoscere una costituzione solida, liberale, aperta al pluralismo politico e ideologico ma poi sostanzialmente hanno un regime che non rispetta i valori di cui si fa portatore, come succede in molti paese dell’America latina;
Paesi in cui i diritti sanciti e garantiti su base costituzionale, in pratica non trovano tutela e applicazione.


Tutto questo ci fa riflettere che oggi nel XXI secolo ancora i processi di democratizzazione di uno stato non sono un pensiero unanime, condiviso da tutti i leader mondiali e la consolidazione di diritti, libertà e garanzie individuali sono sempre sotto attacco.

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