L’incapacità di volersi bene oltre l’abitudine

di Vanessa Combattelli

E’ un lampo, poi chissà che altro.
Nei film e libri di narrazione popolare vi sono eterni lieto fine il cui sviluppo è negato, nascosto dall’oblio della felicità perpetua e ricercata, della soddisfazione che non incontra più grandi ostacoli.
Se ci si pensa questi sono i grandi miti che la nostra società alimenta da tempo: viene tramandato per generazione in generazione sotto forma di idealismo la capacità di garantirsi, come per i personaggi amati, le stesse trame e lo stesso finale felice.
Sicché questo va a realizzarsi e concretizzarsi nelle relazioni contemporaneo, sempre più diverse da quelle passate ed espressione fedelissima degli usi e costumi sociali.


Ci si lascia andare con più facilità di prima, prima regola da tenere a mente: se non è tutto perfetto e non v’è quel paradigma senza intoppi raccontatoci dalle storie felici, allora abbiamo sbagliato tutto. Si torna indietro, si cerca altro, se non basta si continua così finché non si trova uno stato di relativa pace.

Dagli anni ’60 al sogno americano

Gli anni ’60 sotto questo profilo sono un buon punto di partenza storico: la società dei consumi prende piede nell’Occidente, il sogno americano si spinge con audacia tra i giovani europei alla ricerca di riscatto, l’idea della famiglia felice somiglia a quella dei film da Mulino Bianco, non esistono limiti per i figli del Boom Economico, si può essere più felici di così.
Sicché da questo punto di partenza comincia a configurarsi un’idea di vita estremamente diversa da quella degli anni difficili e pieni di sacrifici che hanno caratterizzato le due guerre, parlando della classe media ça va sans dire.


La realizzazione professionale va di pari passo con quella personale, se prima v’erano limiti economici e sociali ben circoscritti, adesso è possibile iniziare ad abbatterli, il giovane europeo può puntare a fare grandi cose esattamente come il giovane americano della pubblicità della Coca Cola.
Sono bellissimi questi riferimenti, ricchi di fascino per chi è nato e cresciuto in un’epoca dove tutto pareva ancora possibile.

Il passo economico è simmetrico a quello sociale, per questa ragione nel corso degli anni i cambiamenti umani diventano sempre più violenti e veloci, v’è un nuovo uomo in costruendo che somiglia a quello del nuovo mondo a cui si va incontro, con tutte le sue debolezze e contraddizioni, ma anche capacità.
Sicché non appena assume contorno reale la stessa globalizzazione, regina indiscussa dei cambiamenti del nuovo secolo, i paradigmi personali e umani cambiano radicalmente: la velocità degli spostamenti e dei contatti è incontrollabile, non v’è più il filtro del tempo e dello spazio, è proprio Internet a distruggerlo e rimodellarlo.

Tutto questo si verifica parallelamente alle secolarizzazioni storiche di ideologie e religioni: il legame con lo spirituale si indebolisce, non conta più il rapporto verticale, o perlomeno non come una volta, bensì si estende quello orizzontale, la figura del concreto dell‘hic et nunc.
Il processo è graduale ma la velocità aumenta a cavallo coi decenni: ogni generazione, a partire da quella degli anni ’60, conosce ritmi diversi, più si va avanti e più questi aumentano, così come la rete e la possibilità di connettersi ovunque, di restare al passo coi tempi.

Una trasformazione antropologica di legami e relazioni

Ma se questa trasformazione tecnologica ha senz’altro risvolti positivi, è indubbio che abbia comportato una rivoluzione antropologica ancora più estesa.
Come noi de facto rispondiamo alle velocità sociali a cui siamo stati abituati, anche le nostre relazioni lo fanno e i modi di pensare, la capacità di fermarsi per molto tempo in un luogo o frequentare per anni la stessa persona.
E’ vero che avanti non c’è spazio per ieri, soprattutto nella società odierna, ma per questa ragione risulta essenziale invece ancorarsi a quei paradigmi passati che, invece, possono aiutare l’uomo contemporaneo ad affrontare determinati ritmi frenetici senza lasciarsi demolire.
E’ venuto a realizzarsi l’uomo metropolitano di Simmel, chiunque viva in una grande città può vederlo: ci si incontra ogni giorno, siamo tanti e ci vediamo negli occhi, ma nessuno guarda per davvero l’altro, in qualche modo non v’è neanche l’interesse di farlo, di approfondire.

Nelle relazioni, quelle che appunto sono tramandate dalla produzione culturale come lieto fine perpetuo, non si sfugge a questa logica, semmai viene fuori con maggiore trasporto, è probabilmente quando due individui si incontrano che è possibile notare come la società ha condizionato i loro comportamenti e desideri.
La velocità di instaurare i rapporti, le diverse app di incontri e possibilità di conoscere sempre qualcuno di nuovo, ha eliminato – o ridotto – la capacità di attesa e pazienza, per cui tutti, in un modo o nell’altro, diventiamo sostituibili non appena sul mercato viene fuori un prodotto più facile e magari simile.
La frenesia dei rapporti ha distrutto le possibilità di costruire relazioni stabili e felici nel lungo periodo, v’è quasi una schizofrenia nel non ottenere la storia della vita, quella promessa, e per questo ricercarla con tutti i mezzi a disposizione, finché la società – ed Internet – non danno indietro ciò che dovrebbero, o almeno implicitamente è ciò che viene indotto a pensare.


La cicatrice sociale s’è andata sempre più ad ingigantire con l’ingresso della crisi economica, sicché la mancanza di certezze porta al sentimento tradito del sogno americano di cui tutti ci avevano parlato.
Dunque no, non possiamo essere realizzati come vogliamo, non è possibile imitare la famiglia Mulino Bianco delle TV e pubblicità, i paradigmi degli altri – dei nostri genitori – come le loro velocità non ci appartengono più, per questo bisogna adattarsi.


Ma per concludere v’è un’ulteriore teoria di questo discorso, che in realtà conferma quanto detto sin dall’inizio: il sogno alimentato, la storia delle storie senza sviluppi post lieto fine, si traduce nella maggior parte dei casi in un volersi bene ma mai al di fuori dell’abitudine.


Il passato aveva tante crepe e non è questo il caso per idolatrare in modo acritico ciò che c’è stato, ma senza dubbio gli occhi dei contemporanei di epoche fiorenti avevano la capacità di guardare oltre il sensibile, ritrovare il bello in ogni frammento di vita, fare di questo bello l’arte, così anche l’amore.
Oggi non è più così semplice, si coltiva il sogno della tranquillità, del non voler infliggere altro male agli altri, nel nodo stringente di un’abitudine soffocante che, giorno dopo giorno, assorbe un po’ tutti, facendo dimenticare chi davvero si è, omologandosi ad un dato atteggiamento solo perché è così che doveva essere, è così che si fanno le cose semplici ed è così che non ci si stupisce più.

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