E adesso dovremmo anche festeggiare il 25 aprile?

Di Manuel Berardinucci

Le ideologie, uno dei peggiori frutti della Secolarizzazione, così come la Democrazia di cui sono il sale, inducono l’uomo all’analisi della Realtà seguendo il proprio schema pre-impostato, distorcendo la Verità. Al Realismo si oppone il Razionalismo, e con esso è l’umana ragione a dover dare una propria spiegazione della Realtà, non quest’ultima a dover essere accettata.

Oltre all’allontanamento dalla Verità, le ideologie portano ad un livore esasperato tra i membri di una medesima comunità, spaccano i popoli e le Nazioni sino a giungere ad un odio estremo e sanguinario come quello che il mondo vide sul palcoscenico della Resistenza in Italia. Quella Guerra Civile che non terminò il 25 aprile, ma proseguì ben oltre, non più con fucili e stupri, ma con chiavi inglesi usate come armi, archi costituzionali e poi censure, leggi liberticide, pubbliche gogne, ostracismi moderni e ad altri abili strumenti con i quali i vincitori continuano ad ostentare il proprio trionfo. Qualcuno si era illuso che innanzi all’emergenza sanitaria si placasse quello spirito da “perenne 25 aprile”. E invece sin dall’inizio le dinamiche ideologiche e partitiche hanno avuto la meglio, in particolar modo da parte di chi più di tutti chiedeva una sospensione delle polemiche. Evidentemente tale richiesta non era dettata dalla reale volontà di creare uno spirito di Unità Nazionale, ma dal demagogico tentativo di zittire le opposizioni e far passare in sordina le eventuali goffaggini dell’esecutivo. 

Prima dell’attuale caccia all’untore (colui che osa uscire di casa) ci fu la caccia all’allarmista e al razzista. I leader dei partiti di maggioranza, gli esponenti di governo e buona parte dei tecnici consultati, ripetevano ossessivamente che in Italia difficilmente sarebbe giunto il Coronavirus e che in ogni caso ci avrebbe trovati preparati e reattivi. Come “xenofobi” furono bollati i governatori leghisti del Nord i quali chiedevano di sospendere la partecipazione alle attività didattiche dei bambini tornati dalla Cina (non necessariamente cinesi, ma questo fu un dettaglio trascurabile agli occhi di chi doveva approfittarne per fare propaganda anti-razzista). Così il Can-can dei 25aprilini si divise i compiti: chi aveva il ruolo di abbracciare i cinesi, chi di mangiare gli involtini primavera in diretta TV e chi di fare visite in scuole multietniche. E mentre la Guerra Civile perenne veniva portata alacremente avanti dai partigiani del 2000, il virus cinese strisciava verso di noi o forse già serpeggiava impunemente. Ma la presa coscienza della crisi non mutò molto le cose. Il professor Giuseppi, espressione del Nulla ma occasionalmente prestato al ruolo di vessillo delle sinistre (finché esse gli garantiranno la permanenza a Palazzo Chigi), ci regalò quella indegna frase sull’ospedale di Codogno, subdolo mezzuccio per attaccare la sanità lombarda e, conseguentemente, l’amministrazione di centrodestra. Fu lui il primo ad interrompere quella tregua dalle polemiche da egli stesso invocata. E poi i continui scontri, le scaramucce squallide tra le Regioni e il Governo centrale. Senza contare il non trascurabile odio anticristiano. Aldilà della decisione di sospendere il culto pubblico, ciò che spaventa è la macchina del fango contro chiunque proponesse di restituire importanza allo Spirito dell’uomo oltre alla sua materia, dal senatore leghista Pillon, a Vittorio Sgarbi, fino ai sacerdoti eroici che consentivano a pochi fedeli di entrare nella Casa di Dio con le dovute distanze e norme igieniche (così simili ai coraggiosi preti refrattari della Francia rivoluzionaria). Nonostante a qualche finto sacerdote sia venuto in mente di intonare Bella Ciao in parrocchia, durante la Resistenza furono circa 110 i membri del clero eliminati dai partigiani comunisti. Quell’odio, infatti, vive ancora.

E infine, l’atto finale dell’uso propagandistico dell’emergenza. E’ venerdì sera e la maggior parte dei cittadini italiani attende che il Presidente del Consiglio dei Ministri, non Giuseppe Conte, non il leader della maggioranza, non l’ex di Salvini, ma il Capo del Governo di tutti, parli in conferenza stampa. La stragrande maggioranza dell’elettorato senza distinzione di colore politico accende il televisore, le principali emittenti danno la linea a Palazzo Chigi, l’orario scelto è uno di quelli con maggior visibilità. E tutto questo perché? Poiché si è in emergenza sanitaria e si attendono, da chi detiene il potere esecutivo, informazioni dettagliate e precise sul futuro immediato e medio-lontano della Nazione e del Popolo. Invece, il professore venuto dal nulla, confonde l’attenzione mediatica riservata all’Istituzione che egli rappresenta, con una strana possibilità di uso personalistico dei canali istituzionali. Comportandosi da dittatore socialista sudamericano, dopo aver riferito qualche frettolosa informativa, sferza un duro attacco alle opposizioni (riportando anche un sacco di fandonie rispetto alle quali non entreremo nel merito in questo articolo), dimentico di ogni galateo istituzionale e preso da un impeto d’ira nel veder violata la narrazione del “bravo Presidente”. Nonostante i rimproveri bipartisan, orde di “bimbe di Conte”, doppiopesisti e trinariciuti, hanno giustificato il loro “Caro Leader” in nome della Verità ristabilita. Tralasciando la dubbia veridicità di quanto affermato dal PdC, sarebbe bastata un’intervista, un post, un comunicato stampa, per rendere nota la propria versione dei fatti. E invece si è scelto di speculare sull’emergenza sanitaria per tenere un comizio a reti quasi unificate.

Una Nazione dunque spaccata persino “nella sua ora più buia” (espressione usata da Giuseppi, in un attimo di delirante follia nel quale accostò la sua figura a quella di Winston Churchill), cosa dovrebbe festeggiare il 25 Aprile? La Guerra Civile che non si è mai conclusa. L’odio ideologico che perdura? Quest’anno, bontà del virus, ci risparmieremo cortei e manifestazioni, ma mi raccomando quel giorno ascoltate a massimo volume Battiato, per far dispetto alla Murgia e coprire eventuali “Bella Ciao” intonate da insospettabili vicini.

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