Ecco perché l’ateismo radicale è sbagliato

di Filippo Pelucchi

Chiunque abbia provato a parlare con un proprio amico o con un conoscente, con un professore o con una persona incontrata al bar, avrà forse avuto l’occasione di parlare di uno dei temi più complessi ed enigmatici all’interno del panorama della filosofia: Dio.

Esiste oppure no? L’ateismo, spesso predicato come se fosse la soluzione definitiva ed ultima del problema, risponde negativamente con furore e proclama la morte di qualunque entità trascendente ed eterna.
Se qualcuno dovesse adottare una prospettiva del genere, ebbene, lo si potrebbe accusare di un peccato di presunzione, di volere cercare di eliminare una possibilità che non si può assolutamente escludere a priori.

Che questo atteggiamento sia dovuto a delle inclinazioni personali oppure che sia legato a dei pregiudizi nei confronti della religione, non è che qualcosa di probabile.
Ciò che conta è però capire come mai l’ateismo radicale sia un atteggiamento spietato nei confronti di qualunque forma di metafisica, senza che si possa accettare nessuna forma di teismo o di divinità di alcun tipo.
Io credo che in parte sia dovuto al modo in cui viene presentato, vale a dire come la personificazione della verità incarnata dalla scienza dell’oggettività e dello studio del reale, il che logicamente non può concedere che ci sia qualcosa che vada al di là del fenomeno e che possa essere presentato con l’appellativo di “Dio”.

Un ateo radicale difficilmente riconoscerà che possa anche soltanto esistere una piccola possibilità che abbia torto, dato che le sue convinzioni (ormai fondate) lo portano a denigrare qualunque vano tentativo di conversione o di persuasione attraverso degli argomenti che possano quantomeno indurlo ad un esame di coscienza.
Perché questo però dovrebbe essere un problema? In primis, non solo perché è retoricamente scorretto, dal momento che l’ateo radicale non lascia che l’interlocutore con cui dialoga possa presentare la sua opinione a riguardo, ma anche perché non è il modo corretto di approcciarsi ad un problema. Se si decide comunemente di affrontare questa difficile tematica che è quella della reale ed effettiva esistenza di Dio, lo sforzo deve derivare da entrambe le parti per cercare di mostrare che i propri argomenti sono più validi o più forti di quelli dell’altro, il tutto in un clima di rispetto e mai di acceso astio.

In secondo luogo, l’ateismo radicale poggia sulla convinzione che Dio non esista perché ha come riferimento più prossimo quello del Dio cattolico, contornato di ogni attributo umano possibile ma all’ennesima potenza (come vorrebbe dire Feuerbach). Il problema di quest’idea è che non esiste solo ed esclusivamente una concezione possibile di Dio, ma svariate. B

asti pensare al pensiero di Baruch Spinoza e alla sua concezione panteistica, secondo cui Dio sarebbe in tutte le cose e arriverebbe a coincidere con la Natura, con un sistema interamente razionale e in cui ogni cosa occupa una parte ben precisa al suo interno, oppure al più attuale (ma sempre di derivazione spinoziana) panpsichismo per la filosofia della mente, secondo il quale ogni essere nel nostro universo, perfino gli oggetti introno a noi, avrebbero una forma quantomeno minima di coscienza (non che gli elettroni possano ballare il tiptap, l’idea è che la coscienza sia l’unità minima e fondamentale del cosmo).

L’ateo radicale si limita a concepire Dio solo come un’entità nata dall’uomo dal desiderio ancestrale di volere fornire una spiegazione ad ogni fenomeno di sorta, senza rendersi effettivamente conto che si possono dispiegare all’orizzonte diverse alternative che non si riducono ad una personificazione, ma che abbracciano altri sistemi di riferimento e concezioni ben diverse da quelle di partenza.


L’ultimo grande difetto dell’ateo radicale è quello non di essere privo di argomenti, ma di non voler ammettere che le sue credenze, così come il suo sapere e le sue conoscenze, sono storicamente situate e contestualizzate: vale a dire che ciò che crede, impara e condivide con le altre persone non è privo di riferimento o di contesto, ma si basa proprio sulla realtà che lo circonda e sul periodo in cui opera.

Qual è il problema legato a quest’idea? Che non ammettendo ciò, l’ateo radicale crede che le sue idee siano universali e valide in ogni tempo e in ogni luogo. In più, ritiene che la sua posizione rispecchi lo spirito dei tempi (che funge da giustificazione ad assumere quella posizione), quando in realtà è frutto di una conformità al pensiero dominante, dettato a sua volta dal contesto, dal periodo storico e dalle convinzioni personali radicate nella sua persona. Essendo questa poco incline al cambiamento e per questo destinata a vedere un solo lato del mondo, non potrà che giungere soltanto ad un onesto confronto con i suoi simili, senza riuscire a fare alcun passo avanti per raggiungere la verità dietro quel grande mistero che è il concetto di Dio.

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