San Francesco al posto della Liberazione e della Repubblica

Di Manuel Berardinucci

Una Patria necessita di una Festività Nazionale che sia in grado di far convergere nel giubilo generale le totalità dei suoi figli. Una Festa che esprima i valori fondanti di quella Patria, che abbia un legame profondo con la sua storia e che faccia venir meno, per un giorno, l’astio ideologico, politico e sociale. In Italia a tale ruolo sono state assurte la Festa della Liberazione e il giorno di proclamazione della Repubblica, 25 aprile e due giugno. Ma queste due ricorrenze non espletano neanche una delle tre funzioni prima elencate, prerogative delle Feste Nazionali. Non esprimono i valori fondanti della Patria per cominciare. Simboleggiano, senza ombra di dubbio, i principi alla base della Repubblica, quali la democrazia, l’antifascismo e continuando su questa scia, ma ergerli ad unici valori nazionali equivarrebbe a dire che prima del 1946 l’Italia non esistesse. Ci piaccia o meno, i milioni di cittadini che esultavano alla vista di Mussolini che si affacciava su Piazza Venezia erano italiani, lo erano anche i governi del Regno dal 1861 alla presa di potere del fascismo e lo erano persino Dante, Petrarca, Leonardo, Leopardi e Foscolo, nati e morti prima della nascita politica dello Stato italiano. Dunque o ci si assume la responsabilità scellerata di affermare che tutto quanto antecedente alla Liberazione non fosse Italia, oppure è sciocco pensare di sostenere che i valori della Costituzione siano gli eterni principi della Nazione. Essi sono legati esclusivamente alla forma statutaria contingente. E per lo steso motivo, queste due festività non hanno un legame profondo con la Storia. Il fatto che siano diventate le uniche festività degne di nota, riduce la millenaria Tradizione della nostra Civiltà agli ultimi settantacinque anni. Ed infine non coinvolgono tutta la cittadinanza, sono esclusivistiche e procurano malumori e litigi. Escludono i fascisti, che esistono a prescindere dal fatto che ciò ci piaccia o meno, ma fanno lo stesso con i monarchici, e con i figli e i nipoti di chi guerreggiò dalla parte sbagliata, che, pur non avendo precisi connotati ideologici, hanno legami emotivi troppo forti con quella storia per festeggiare il 25 aprile. E causa tensioni anche tra chi ritiene doveroso ringraziare i soldati statunitensi e chi invece attribuisce i meriti esclusivamente al mondo partigiano, tra la sinistra filopalestinese e quella filoisraeliana, tra chi chiede di commemorare i morti di una parte e dell’altra e chi invece non riconosce legittimità e pietas cristiana ai ragazzi di Salò, tra chi chiede una lettura oggettiva della Resistenza con riconoscimento dei crimini compiuti dai comunisti e chi in questo scorge del revisionismo storico e tra coloro i quali rimangono dubbiosi sull’assenza di brogli in occasione del referendum tenutosi il 2 giugno 1946 e chi li nega ferocemente. Senza dimenticare che quel giorno furono circa 10 milioni gli italiani a votare per il mantenimento della monarchia, quasi una situazione di parità. Come si può dunque elevare a Festa Nazionale una ricorrenza che ebbe così poca omogeneità di consenso?

Dopo una attenta riflessione sono giunto alla conclusione che il giorno più adatto ad essere adottato come Festa Nazionale sarebbe il 4 ottobre, dì nel quale cade la ricorrenza del “più italiano dei Santi e il più Santo degli Italiani”. San Francesco sarebbe in grado di espletare ad ogni funzione attribuita ad una Festa Nazionale. E’ il Patrono dell’Italia tutta e dunque esprime quell’idea necessaria di coesione nazionale ma al contempo è un personaggio proveniente dal Medioevo e dunque ci ricorda che la nostra Storia viene da lontano e precede di gran lunga il 1861. Simboleggia due valori, questi sì, eterni per il nostro popolo, quali la Cristianità, vero primo collante di unione dello stivale e la solidarietà, che da sempre ci contraddistingue. E’ un Santo-poeta, autore del testo poetico più antico della nostra letteratura, il Cantico delle Creature. Rinsalderebbe dunque quel legame profondo che l’Italia ha più di qualunque altro Paese, per forza di cose, con l’arte in ogni sua forma, con il bello e con la cultura. E poi unirebbe davvero tutti gli italiani. Il Santo di Assisi, essendo del centro, porrebbe fine all’eterno scontro tra Nord e Sud. Piacerebbe a noi Cattolici Tradizionalisti perché visse in vera castità ma seppe omaggiare con ogni ricchezza e fastosità i luoghi consacrati a Dio, dialogò con il Sultano d’Egitto, ma per covertirlo e benedì le Sante Crociate. La sua Carità non era antecedente alla Fede stessa, ma discendeva dal Signore. Ma è apprezzato anche dai cattolici modernisti, poiché il  Papa più modernista della storia si è appropriato del suo nome. Non dispiace ai comunisti e discendenti poiché predicò povertà e carità, ma neanche agli anticomunisti poiché come scrive Marcello Veneziani “il suo è l’unico comunismo che ammiriamo tutti, perché è volontario e personale, scontato sulla propria pelle e non imposto con la violenza”. E poi è sereno, infonde armonia e pace, non ricorda fratricidi e guerre civili, sangue, stupri e imboscate.

Sarebbe bello se il 25 aprile e il 2 giugno assumessero tratti più morigerati e riservati, meno parate e fanfaronate, più silenzio e riflessione sulle tragedie di cui sono figli.

Però no, a pensarci bene, rettifico tutto quanto scritto fin ora. Una squallida Repubblichetta alimentata da odi e ideologismi, non se la merita la Grandiosità di San Francesco. “Bella Ciao” come unica residua forma di identità. Povera Patria.

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