Questione Nord vs Sud. Magari è l’ora di smetterla?

di Pasquale Guacci

Chi vi scrive è un ragazzo che oggi viene considerato una sorta di marziano cattivo: un meridionale fieramente italiano, un meridionale che porta tatuato il Sud su un braccio a cui scappa un sorriso quando legge e ascolta tutti i proclami partoriti dopo le dichiarazioni del direttore Feltri.


Sia chiaro che considero, quello di Vittorio Feltri, uno scivolone che una mente brillante come la sua avrebbe potuto sicuramente evitare. Detto questo, negli ultimi anni sono nati nel Mezzogiorno, movimenti Neo Borbonici che rivendicano un’indipendenza del Sud Italia dallo “straniero Piemontese”.
Per una certa categoria di intellettuali appartenenti a questa schiera (e non solo) l’Italia è una nazione che esiste solamente dal 1860. Vi sono pagine social, blog fermamente convinti che il Bel Paese sia una sorta di nazione nata dall’invasione di un popolo in un altro territorio. Questa rivisitazione autocritica del Risorgimento, sviluppata da oggettivi limiti che il nuovo Stato presentava, ha partorito l’idea di un Regno delle due Sicilie visto come una vera e propria colonia invasa economicamente e culturalmente dal Regno di Sardegna.
Tale approccio culturale raggiunge un’oasi perfetta nel libro Terroni del giornalista pugliese Pino Aprile che decontestualizza molti dati e istintivamente basa le sue teorie su questi aspetti:
l’unità nazionale sarebbe il risultato di un processo innaturale e quindi di una colonizzazione soprattutto linguistica,
colonizzazione di un’area geografica un tempo florida a vantaggio di un’altra super indebitata,
nazione falsamente unita contenente diversi popoli senza alcun denominatore comune.

QUESTIONE DELLA LINGUA


L’erroneità di queste informazioni è riassumibile in un semplice dato che ha origine (guarda un po’) linguistica. Gli italiani non conoscevano la lingua ufficiale del nuovo Stato e su questo c’è poco da discutere. Soltanto il 2,5 % della popolazione era perfettamente italofona e la metà era concentrata in Toscana. Il movimento di unificazione linguistica aveva interessato solo una ristretta parte di intellettuali borghesi, rimanendo indifferente alle masse popolari. Della convivenza di diversi popoli con proprietà linguistiche differenti nella penisola ne abbiamo la testimonianza sin dai tempi dei fasti di Roma (a voler essere pignoli anche prima) e mi meraviglia come questo particolare sia sfuggito (volutamente?) a Pino Aprile. Ma un altro evento molto importante è quello che l’Italia vive nel XVI secolo quando tutti i regni pre unitari adottano la lingua di Dante come lingua ufficiale, incluso il tanto stuprato Regno del Sud che già dai tempi di Ferdinando I d’Aragona incentivò il toscano come lingua letteraria.
La lingua che qualche neoborbonico si premura di considerare imposta (Pino Aprile parla della legge Casati che sancisce l’italiano come lingua nazionale) non faceva riferimento né alle parlate piemontesi né a quelle lombarde o venete. Il dato sull’analfabetismo menzionata in precedenza conferma il dato che questa piaga era omogenea da Bolzano a Lampedusa e non propriamente voluta per favorire l’arretramento culturale del Sud.


SUD COLONIA

Secondo la Treccani una colonia è originariamente quel nucleo di popolazione civile stabilitasi in un territorio disabitato o abitato da barbari/semi barbari, per coltivarlo metterlo in valore e per avviare gl’indigeni a maggiore o nuova civiltà
Mi sembra evidente che nel 1861 e nei decenni precedenti, nel Mezzogiorno non ci fosse un territorio abitato da barbari o semi barbari e che in numerosi meridionali (all’epoca cittadini “duo siciliani”) hanno creduto, combattuto e dato la vita per l’unità nazionale (di qualunque corrente politica fossero attratti).
Non regge nemmeno la favola del brigantaggio come reazione nazionalistica borbonica e quindi ribellione al nuovo padrone: il problema non risaliva agli anni 70/80/90 dell’Ottocento ma a circa un secolo prima e la celebre storia del brigante siculo Pasquale Bruno ne è la prova tangibile. La repressione subita dai briganti nel fresco periodo post unitario fu la stessa subita sotto il regno di Carlo III dei Borbone.


L’UNITA’


Delle difficoltà che il Paese ha dovuto affrontare per raggiungere la faticosa unità si può, ovviamente, discutere e anche ribattere approfondendo i numeri eventi dell’epoca risorgimentale. Si possono sottolineare i limiti che hanno caratterizzato gli Stati preunitari quasi sempre incapaci di far fronte COMUNE contro le minacce straniere, si può dibattere anche sull’accentramento amministrativo poco rispettoso della storia della penisola e quant’altro.
Quello che invece dovrebbe essere intollerabile è la strumentalizzazione al fine di negare la legittimità di un processo nazionale che solamente l’ostilità delle potenze europee e del papato avevano impedito di realizzarsi già molti anni prima. E’ decisamente squallido negare una storia culturale che è lunga un paio di millenni e si fonde sotto tutti gli aspetti letterali, culturali artistici e perfino alimentari!
Eppure da qualche anno si è sviluppato al Sud una sorta di pensiero utilitarista anti italiano che vedrebbe nella formazione del Regno la fonte di ogni male e ogni decadenza del Meridione. Decadenza attuale che annulla il glorioso passato, che per le masse popolari glorioso non era di certo, che ha contraddistinto il regno Borbonico.
Tutto questo diventa molto simpatico, se non ridicolo, quando si pensa che il Sud, dalla fine del XII secolo fino alla sanzione di Carlo III di Borbone nel 1759, altro non è se non una COLONIA (quella si) alle dipendenze di vicerè Spagnoli. A voler esser chiari lo stesso discorso vale per i piccoli Stati della parte settentrionale della penisola, assoggettati anche essi ai voleri stranieri e a volte papali.
L’unica piccola eccezione, se vogliamo essere pignoli, fu la Repubblica della Serenissima di Venezia che per più di un millennio si autodetermina e gioca un ruolo politico e soprattutto commerciale importante nella storia europea, prima che l’Impero Austriaco arrivasse ad inglobarla.

La verità è che la nascita del Regno d’Italia ha rappresentato l’occasione di riscatto per la stragrande maggioranza degli italiani e, in alcuni casi, è stata la prima vera occasione di produrre una classe dirigente autoctona che non fosse legata esclusivamente ad incroci di carattere nobiliare o in combutta con il padrone straniero.
Quella dell’indipendentismo meridionale o settentrionale è una moda che presto passerà e ci lasceremo alle spalle anche questo simpatico siparietto partorito dalle parole di Feltri. Queste polemiche lasciano il tempo che trovano. Magari potremmo discutere su quanto tale Nazione abbia lavorato nel migliore o nel peggiore dei modi nell’immediato periodo post unitario. Soprattutto sugli errori commessi. Errori attribuibili ad una classe dirigente nazionale spesso scadente rappresentativa di Nord, Sud e Centro.

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