Il coronavirus tra il Cinema, la Religione e la Letteratura

A cura di Alessio Valente, Filippo Pelucchi e Manuel Berardinucci
(Referenti rispettivamente delle rubriche: Buio In Sala, Il Filo del Pensiero, Libertà Va Cercando)

LE EPIDEMIE NEL CINEMA: INTRODUZIONE

a cura di Alessio Valente

Nell’articolo che apriva la rubrica “Buio in Sala” abbiamo parlato di come il cinema riuscisse a farci vivere esperienze che, senza di esso, avremmo solo potuto immaginare. Dalla fantascienza ai film storici, il mondo del grande schermo non ha mai avuto confini e ha saputo portarci in territori molto lontani e inesplorati dai nostri sensi. In quest’articolo cercheremo di capire, passando in rassegna le scene di alcune pellicole famose, come il cinema riesca a fornirci degli strumenti utili per comprendere il periodo storico che stiamo vivendo. Un periodo storico segnato da una pandemia.

BRANCALEONE ALLE CROCIATE

Commedia del 1970 diretta da Mario Monicelli, è il seguito del celebre L’Armata Brancaleone e prende spunto da un fenomeno storicamente vero, ossia le crociate dei poveri (dette anche crociate dei pezzenti). Continua parodia del mondo medievale e cavalleresco, il film tratta anche un altro fenomeno storico che ha piegato l’Occidente per molti secoli: la peste. Celebre è la scena in cui la nostra “armata” sgangherata arriva a conquistare con estrema facilità un paese semi- deserto e già piegato dal morbo. E ancor più celebre è la scoperta che fa il nostro eroe, interpretato da Vittorio Gassman, della piaga ancora in agguato. Mentre è tutto intento a portare a letto una dama rimasta vedova, è al rifiuto di lei che scopre tutta la verità. Su quel letto, infatti, è appena spirato suo marito, colpito dalla peste come tutto il resto del paese. I nostri quindi si danno a una fuga senza precedenti, salvo poi rassegnarsi all’amara sorte di esser stati contagiati. In questa scena, l’incidente della peste appare come una delle innumerevoli sventure dei nostri protagonisti, già abbondantemente segnati dalla malasorte. Eppure, riescono a trasparire per qualche minuto diverse dinamiche “classiche”. Dal terrore che coglie l’essere umano di fronte al pericolo del contagio, alla inibizione delle pratiche sessuali per evitare il rischio, al fatalismo che con prepotenza scalza via la paura. I nostri protagonisti, infine, si getteranno fra le braccia del primo santone di passaggio, con la speranza di salvarsi attraverso la fede e l’irrazionale. Torneremo a parlare più avanti di questo passaggio, forse il più interessante.

28 GIORNI DOPO E IO SONO LEGGENDA

28 Giorni dopo è un film diretto da Dabby Boyle e narra le vicende di una Londra sconvolta dal dilagare di un virus simile alla rabbia, sfuggito al controllo di un laboratorio. Io sono Leggenda invece è tratto da un omonimo romanzo di Richard Matheson ed è diretto da Francis Lawrence. Qui vestiamo i panni di un uomo rimasto solo al mondo, unico sopravvissuto ad una epidemia che trasforma gli umani in zombies attivi solo durante la notte. Ciò che accomuna questi due film, oltre al classico virus che fa mutare gli infetti, è lo scenario. Nell’incipit di queste due opere, sia il Jim, che Robert Neville (i due protagonisti), si trovano ad affrontare una città totalmente deserta. Il primo si è appena risvegliato, spaesato e in stato confusionale, in un reparto di terapia intensiva. Il secondo invece è ormai abituato alla sua solitudine, organizzato alla perfezione in ogni sua attività quotidiana affrontata insieme a un fedele amico a quattro zampe. Forse il tratto distintivo di entrambi i film, l’inquietudine provocata dalla vista di metropoli deserte dove l’impronta umana è scomparsa del tutto è un vero shock per lo spettatore. Uno shock a cui abbiamo assistito in questi giorni, portati a spasso da droni e reporter fra scenari urbani deserti e silenzi di tomba senza precedenti. Un altro aspetto degno di nota è quello legato al modo in cui la natura risponde a certi eventi. La scena in cui Will Smith va a caccia di un gruppo di gazzelle in quella che diventa una “jungla urbana” nel verso senso della parola, non può non ricordare, con le dovute proporzioni, i numerosi video che immortalano gli sconfinamenti di animali selvatici che si stanno spingendo, in questi giorni, verso le città.

IL SETTIMO SIGILLO

Forse questo è il trionfo dell’angoscia che attanaglia durante i periodi bui della storia. Film cult diretto da Ingmar Bergman, racconta i giorni di Anthonius Block, appena tornato da una crociata in Terra Santa e tutto intento a portare avanti la propria partita a scacchi con la morte. Anthonius, accompagnato dal suo fedele scudiero, lotterà per non farsi togliere la vita attraverso la sua lunga partita a scacchi, interrogandosi durante tutta la pellicola su temi introspettivi e religiosi quali la salvezza, l’esistenza dell’Assoluto, l’angoscia e il senso dell’essere. A fare da sfondo alla vicenda, c’è una terra colpita dalla peste e un clima di piombo che atterrisce sempre di più il nostro protagonista. Il suo dolore arriverà all’apice dopo l’incontro con una donna legata e sorvegliata da alcune guardie armate, considerata la causa della pestilenza che colpisce il villaggio.

E qui torna di nuovo, e non solo in questa scena, il naturale abbandono all’irrazionalità da parte dell’essere umano colpito da fenomeni incontrollabili e troppo più grandi di lui. Abbandono all’irrazionale da cui crediamo di essere immuni, dopo secoli di scoperte scientifiche e progresso tecnologico, a cui il mondo secolarizzato è arrivato. Eppure, abbiamo visto i social riempirsi di teorie e contro-teorie, fra complotti, rimedi improbabili, e volontarie sottostime del pericolo. Tanti modi diversi fra loro, e soprattutto diversi da quelli medioevali, per trovare un minimo senso di sicurezza e conforto nell’immaginazione.

Così un virus di cui non si conosce la provenienza diventa un virus creato in laboratorio, le cure che ancora non sono conosciute dai medici, diventano certe ma tenute nascoste per oscuri motivi, e il mondo che viene colto di sorpresa da un fatto nuovo e inaspettato è in realtà guidato da una cricca di cospiratori che sa bene quel che fa. Sia chiaro, non vogliamo far sprofondare il lettore nello stesso senso di smarrimento del protagonista, ma la somiglianza fra le dinamiche storiche e quelle attuali fa senz’altro riflettere sul modo di reagire dell’essere umano, che al netto di progressi e sapere scientifico, resta sempre l’essere umano di mille anni fa.
Alla fine, il nostro cavaliere troverà di nuovo la stessa donna sul suo cammino, mentre sta per essere bruciata viva. È qui che le parole dello scudiero, generalmente più cinico e materialista, gettano nello sconforto più totale il nostro Anthonius Block. “Chi veglia su di lei? Gli angeli, Dio, Satana, oppure il nulla?”.
Questa la domanda, che occupa una posizione centrale e implicita durante tutta l’opera. Un perenne senso di smarrimento e perdizione acuito dalla percezione apocalittica causata da una morte ormai onnipresente. Quella stessa morte che gioca una partita a scacci col nostro protagonista, per averlo.

2° SEZIONE: LA PANDEMIA E LA CHIESA

a cura di Manuel Berardinucci

La storia europea è stata contrassegnata da innumerevoli epidemie di più o meno imponente portata. La Chiesa Cattolica, maggior punto di riferimento spirituale in Occidente, dal Medioevo in poi, ha dovuto nel corso dei secoli conferire a tali tragedie una lettura teologica. Non farlo, attribuire esclusivamente al caso il succedersi di eventi dalla portata notevole e drammatica, avrebbe significato ipotizzare un’emancipazione della Natura rispetto al proprio Creatore, o addirittura un disinteressamento dello stesso nei confronti della sua Creazione. Una visione, quest’ultima, che minerebbe il senso stesso del Culto Cattolico e che dunque la Chiesa, nel corso dei secoli, ha giustamente rifiutato.

A supporto di tale tesi, teoricamente intrinseca nella Dottrina della Chiesa, vi sono innumerevoli esempi citati nelle Sacre Scritture di tragedie dettate dalla mano divina, spesso in risposta all’eccessiva peccaminosità di un popolo o del suo Re ( penso agli israeliti puniti per i peccati di Davide, alle piaghe d’Egitto o alle celebri Sodoma e Gomorra).

Ma dopotutto è solo dopo il Peccato originale che nel Mondo fa ingresso il Male fisico. Perciò il legame tra il Peccato e la Punizione è comprovato già alle basi della Dottrina Cattolica. Superficiali opposizioni a tale ovvietà (per chi vive la Fede Cattolica) potrebbero sostenere l’ingiustizia divina, nel momento in cui tali tragedie non colpiscono esclusivamente i malvagi ma anche coloro che vivono nel timore di Dio. A costoro va ricordato innanzitutto che non esiste uomo in Terra privo di peccati e che dunque tutti siamo sottoponibili all’ira di Dio, ma soprattutto che le leggi del mondo sono necessariamente generali e non specifiche.

Se il Signore punisse in Terra esclusivamente i malvagi e glorificasse i giusti, perderebbero di senso l’Inferno e il Paradiso. Per questo è fondamentale che, pur essendo il Male fisico conseguenza del peccato, esso sia generale. Dio comunque, secondo la Dottrina, non è un crudele tiranno, non punisce per sadismo, ma per amore nei confronti dei suoi figli che vuole condurre sulla strada della Conversione. E’ per questo motivo che la Chiesa nei secoli passati ha sempre invitato, proprio nei periodi di maggiore sofferenza, ad una maggiore intensità di preghiera e devozione. Vi sono alcuni esempi storici che sarebbe opportuno citare, ma due in particolare ritengo emblematici. Alla fine del VI secolo una grave peste venuta dall’Egitto devastò la città di Roma, reclamando anche la vita di Papa Pelagio II al quale succedette Papa Gregorio I. Egli, proprio in virtù di una lettura divina della tragedia, organizzò un’enorme processione per la città, invitando tutti a pregare Dio per la fine della peste.
Il corteo continuò il suo percorso per la città fino a quando il Pontefice giunse al mausoleo dell’imperatore Adriano e assistette a una visione celestiale: vide sulla cima del castello di Crescenzio un angelo del Signore che puliva una spada insanguinata e la rimetteva nel fodero. Gregorio capì che quello poneva fine alla peste, come di fatto accadde. Da allora il castello è noto come Castel Sant’Angelo.

Un altro episodio degno di nota è la diffusione delle Ars Moriendi. Fu proprio mentre imperversava la peste nera in Europa, che la Chiesa si premurò di fornire ai propri fedeli dei veri e propri manuali per “morire bene”, ovvero in Grazia di Dio. In origine ci fu una versione lunga succeduta da una breve, quest’ultima costituita da undici xilografie istruttive in modo da poter essere spiegata e memorizzata facilmente.
La versione originale “lunga”, chiamata Tractatus artis bene moriendi, fu scritta nel 1415 da un frate domenicano anonimo, probabilmente sotto ordine del Concilio di Costanza. Fu letta e tradotta in tutta Europa e diffusa con ancor più sentito zelo nei periodi contrassegnati da tragiche epidemie. Era insomma Sommo interesse della Chiesa fornire una guida spirituale ai propri Figli sin nell’Estremo Momento e specialmente nelle ore più buie.

3°SEZIONE: CAMUS E MANZONI PER UN’ANALOGIA CON IL CORONAVIRUS

a cura di Filippo Pelucchi


È evidente come la pandemia che stiamo affrontando e vivendo sulla nostra pelle in questi giorni sia paragonabile, all’interno del panorama letterario, ad opere di alto calibro quali “La peste” di Albert Camus e I Promessi Sposi del Manzoni. Se confrontiamo ciò che stiamo provando in casa, avvolti nella paura che il contagio possa giungere fin sotto le nostre porte, con quello che accade nell’opera del noto esistenzialista francese Albert Camus, emergono delle chiare e decise analogie: la paura di essere contagiati senza un reale motivo che possa essere meglio identificato, la speranza tanto remota quanto più prossima di una cura che ci faccia allontanare dal pensiero di una seconda ondata, senza contare il clima iniziale da parte del nostro governo che ha affrontato l’emergenza mediante gli aperitivi e una vita regolare, senza alcun freno.
Tutto questo si trova già nell’opera di Camus del 1947 ed è spaventoso quanto la richiesta d’aiuto da parte del protagonista, il medico Bernard Rieux, sembri così attuale e così poco frutto di una semplice coincidenza anacronistica. Non dimentichiamoci del ruolo del Manzoni, il quale nel capitolo XXXI della sua opera celeberrima arriva a mostrare l’orrore della peste, dei corpi ammassati sui carri e portati per le strade di Milano, simbolo della tragedia che sta colpendo la città e i dintorni. L’intento dell’autore è quello di mettere in guardia sulla concreta reperibilità dell’informazione sulla peste che, come per il nostro Coronavirus, gode di parecchie imprecisioni e sviste che hanno addirittura facilitato la sua diffusione all’interno della regione lombarda descritta dal Manzoni.

La città di Milano nel 1630 avrebbe aspettato a prendere dei provvedimenti, sottovalutando quella che era una vera e propria emergenza e portando ad un bilancio complessivo di 186.000 morti. Fa davvero paura come anche in questo caso di possa riscontrare un’analogia con la nostra situazione in Italia, dove abbiamo riaperto perfino la zona rossa iniziale di Codogno e abbiamo aspettato un mese per far sì che l’intero territorio nazionale fosse dichiarato zona rossa. Forse i testi dei Grandi hanno ancora qualcosa da trasmettere, in fin dei conti. È bene riflettere a fondo.

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