“Tornare alla vecchia CEE, l’UE non funziona”. Intervista a Daniele Capezzone.

di Nicholas Pellegrini.

Daniele Capezzone è un commentatore politico per il quotidiano La Verità e per il magazine online Atlantico. Ha lasciato l’arena politica dopo essere stato due volte parlamentare, e dopo aver presieduto la Commissione Attività produttive (2006-2007) e la Commissione Finanze (2013-2015) della Camera dei deputati. 

Ci sono voluti 450 esperti per decidere la linea guida di questa ‘Fase 2’ che è fino ad ora accompagnata da tanto caos e confusione. Si doveva fare di più?

Lorenzo Castellani, docente di Scienze politiche alla Luiss, ha giustamente fatto notare che Winston Churchill, chiamato a fronteggiare l’incubo nazista, si avvalse di una “task force” di soli 7 esperti, non so se mi spiego e se rendo l’idea della differenza. Purtroppo il governo Conte ha provato malamente a nascondere dietro la delega a tecnici e burocrati vari la mancanza di un progetto. Non c’era un progetto sanitario all’inizio; non c’era un progetto economico dopo; e non c’è stato un progetto per la ripartenza più di recente. C’è stata solo la risposta più “cinese” e antieconomica: chiuderci tutti in casa, sperando che il virus passasse da sé… La prova del governo è stata complessivamente disastrosa. 

I dati da regione a regione sono molto diversi, il numero dei casi è relativamente basso al sud, lei crede che alcune regione possano partire prima rispetto ad altre? E cosa ne pensa della presa di posizione della Santelli in Calabria?
L’Italia è lunga e diversificata. Da questo punto di vista, la pretesa di imporre su tutto una totale omogeneità da Roma è sbagliata. Lo mostra anche il passato recente. Nelle settimane più roventi dell’emergenza sanitaria, il Veneto ha avuto eccellenti risultati proprio perché ha scelto la linea dei tamponi di massa (praticati anche agli asintomatici), in contrasto con le direttive sballate del governo. Meno male che Zaia si è sottratto al diktat di Roma. Da questo punto di vista, fa bene la Santelli a dare un segnale di accelerazione della ripresa, sia pure in un contesto di prudenza e precauzione.  

Si è discusso tanto dell’opposizione in questo periodo, secondi lei esce ridimensionato il centrodestra? 
Assolutamente no, i sondaggi lo mostrano vicino alla maggioranza assoluta, nonostante il messaggio mediatico “alla cinese” praticato agli italiani a favore di Conte e del suo governo. Mi auguro quindi che, nonostante le differenze e le sfumature, il centrodestra arrivi unito al momento in cui il governo Conte andrà in crisi. Non so se ci vorranno poche settimane o qualche mese, ma quel momento è destinato ad arrivare.  

Al centro del dibattito c’è da tempo l’Unione Europea, lei ritiene fallito il progetto Ue? Come valuta il comportamento dell’Ue nei confronti del nostro paese?
Sono un eurocritico, un eurodisilluso. Chiunque guardi in modo razionale la performance di questa Ue, vede ovunque lentezze, ritardi, incapacità, accompagnate a un’assurda pretesa di centralizzazione di potere a Bruxelles. Se qualcuno intende salvare il progetto europeo, deve rivisitarlo all’insegna del riconoscimento delle diversità, senza pretese di unità politica, e tornando allo schema della vecchia Cee: pace e commercio. Non altro. 

La maggioranza è sempre più spaccata, quale futuro ha il premier Conte?  Lei crede alle parole di Renzi? 
Già in Parlamento la maggioranza è sbriciolata, e non a caso alla Camera e al Senato non si vota da due mesi, tranne rare eccezioni. Quanto a Renzi, sarebbe più credibile (avendo già la colpa di aver fatto nascere questo governo) se abbandonasse i giochini tattici e ritirasse i suoi ministri proclamando la fine dell’esperienza del Conte bis. Se non lo fa, vuol dire che vuole solo tirare la corda. 

Pochi giorni fa ha lanciato su Twitter #Torniamoliberi, ci vuole spiegare in breve?
Con tanti amici e personalità, abbiamo spinto per regole più aperte e liberali di quelle che sono state purtroppo varate. Nel rispetto di precauzioni e distanze, noi ritenevamo che si dovesse consentire una ripartenza più vasta e meglio organizzata del sistema produttivo del paese. Temo che a Roma qualcuno non abbia capito la gravità della crisi economica che sta per devastare il paese, con centinaia di migliaia di piccole e piccolissime imprese letteralmente al collasso. Si può morire anche per l’economia, non solo per un virus… E oltre a questo c’è un punto di principio: siamo stanchi di sentir dire che il governo ci “concede” qualcosa. È un linguaggio adatto a un sovrano nei confronti dei sudditi. Ma una democrazia liberale dovrebbe funzionare in modo ben diverso. 

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