Sotto il velo di Silvia Romano, la sconfitta dell’Occidente

Di Manuel Berardinucci

Silvia Romano ha fatto ritorno in Italia, il governo giubila e si mostra trionfante, quasi avesse liberato con la forza l’ostaggio. Invece si è attestato su di una linea fallimentare ed arrendevole su tutti i fronti.

Nel presente articolo non intendo soffermarmi sullo scarso entusiasmo che mi provoca uno Stato che tratta con i terroristi islamici, sul pericolo al quale sono esposti, dopo il pagamento del riscatto, gli italiani in giro per il mondo poiché visti come potenziali galline dalle uova d’oro da tutti i gruppi terroristici e neanche sulle atrocità che gli islamisti commetteranno col denaro da noi consegnato loro. C’è invece un particolare ancora più atroce, Silvia non rientra in Patria da figlia grata e riconoscente, condannando i propri aguzzini, ma vestita come loro, convertitasi alla loro stessa religione e affermando di averlo fatto senza costrizioni.

A quanto pare una ragazza Italia, europea, Occidentale, in due anni di prigionia ha trovato il proprio massimo conforto nel Corano.  La nostra Civiltà ha un problema, lo sappiamo da tempo e quest’ennesimo triste episodio lo conferma. L’Europa non ha figli forti, orgogliosi, resistenti, partorisce gusci vuoti da farcire con ogni crema. Europeo non significa più nulla, se non capacità di adattamento ad ogni cultura estranea. Sono bastati due anni di una prigionia all’acqua di rose (dalla bocca della stessa vittima, ma dovesse venir fuori il contrario sarei pronto a ritrattare) per dimenticare i valori occidentali e rientrare a casa con il Jilbab indosso.

Schiere di indignati neoconservatori vi vedono un insulto alle libertà di cui Silvia gode grazie all’emancipazione della società in cui vive, alle lotte femministe e a Oriana Fallaci. Ma il vero punto è: può una Civiltà nella quale il massimo valore è la libertà di indossare una minigonna, competere per forza ed intensità con una Civiltà votato ad un dio, a valori sacri, tradizioni millenarie? Sgombriamo ulteriormente il campo dagli equivoci, se i neocon libertari sono inadeguati nel rispondere alla sfida, non lo è meno chi da Destra vede nell’Islam, tra una lettura di Guénon e un corteo pro-Palestina, l’unico baluardo Tradizionale.

Le Tradizioni e la Civiltà non si scelgono sulla base di quali sono in grado di resistere allo scorrere dei tempi. Accettare una Tradizione falsa e a noi estranea, non sarebbe meno errato di vivere esclusivamente all’insegna del Presente.

La Tradizione non va amata solo in quanto tale, ma poiché espressione di tutto ciò che siamo, della nostra storia e della Verità di cui siamo portatori da millenni.

Se l’Occidente vuole smetterla di partorire gusci vuoti assimilabili in ogni contesto, deve porre fine a quest’ostentazione liberale dell’assenza di valori come unico valore. Poiché il succo di ogni discorso è questo: l’Occidente è bello perché ti consente di non credere in nulla che sia più elevato dei tuoi sensi carnali, ti permette di abbigliarti come preferisci, non impone dogmi e vive in costante tensione al progresso (diverso da futuro).  Ma nei secoli di vera grandezza e di splendore per l’Europa, non furono questi i principi che la animarono, non era questa l’essenza del mondo Occidentale.

Negli anni della magnificenza gli europei erano animati da più nobili e più alti valori. Dalla latinità, culla del Vecchio Continente, che per prima unì quelli che sarebbero poi diventati i popoli della Cristianità. Ed è proprio con la Civiltà Cristiana che l’Europa diede il meglio di sé, dal raffinato pensiero tomista, all’erezione di divine cattedrali, alla costruzione delle prime forme di ricovero ospedaliero (sotto impulso del Concilio di Nicea e spesso edificati in prossimità delle cattedrali), le prime università, l’abolizione della schiavitù, la società mercantile dei borghi, quella cavalleresca delle corti provenzali e non ultima quella agricola. Così è nata l’Europa, in questo modo si sono formati i suoi tratti distintivi rispetto al resto del mondo. Scriveva Donoso Cortés: “Ponete gli uomini innanzi le piramidi d’Egitto e vi diranno: qui ebbe culla un grande e Barbaro incivilimento; Poi poneteli innanzi alle statue greche e vi diranno: qui l’incivilimento fu più educato, più splendido, ma più effimero e meno robusto; Poneteli innanzi a un monumento romano e vi diranno: è fattura di un grande popolo. Mentre innanzi a una gotica cattedrale, nel vedere tanta maestà e tanta grazia, il vario si mirabilmente fuso nell’uno e il fare svelto, ora misurato, Soave nei contorni, puro nelle linee, poi quella meravigliosa armonia di silenzio e di luce, di ombre e colore, vi diranno: qui stanziò il popolo più grande della storia, figlio dell’incivilimento più prodigioso e più vero, fastoso come l’Egiziano, gaio come il Greco, forte come il Romano, ed inoltre, ciò che più monta, immortale e perfetto”.

Come possiamo pensare di contrapporci alla violenza e virulenza del mondo islamico, prescindendo da ciò che siamo? Se nel sangue versato in Place de la Concorde dai rivoluzionari francesi rinveniamo il punto Zero della nostra Storia e dimentichiamo millenni di Naturale corso dell’Ordine europeo, non possiamo minimamente sperare in uno scontro alla pari. Fingere che tale scontro non sia necessario (come buona parte del mondo di sinistra fa) è suicida, ma presentarsi disarmati sul campo di battaglia (come propongono liberali e cattolici modernisti) è altrettanto deleterio.

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