Il dubbio: Silvia Romano, quel vestito verde e i diritti delle donne calpestati

Di William Grandonico

Il ritorno di Silvia Romano ci ha scossi, è l’ha fatto in maniera positiva in un certo senso. La sua liberazione ci ha inorgogliti perché effettivamente qualcosa ha funzionato nella nostra politica estera e perché aldilà dei riscatti e dei dialoghi intrapresi dalla nostra intelligence, una ragazza che si trovava in Kenya per cooperare e aiutare gli ultimi ce l’ha fatta, è tornata a casa sulle sue gambe. Pensate, dobbiamo essere felici, gioiosi che non sia tornata una bara con un tricolore sopra. Sarebbe troppo stupido essere tristi per la vittoria del nostro paese, di Silvia e della sua famiglia.

Però, una domanda ce la poniamo tutti. Perché pagare 4 milioni di euro di riscatto a chi vorrebbe vederci morti? Perché finanziare quelli che si fanno chiamare “servitori di Allah” e fanno della loro vita un omicidio continuo? Finanziare quella organizzazione terroristica, certo, riportando a casa una connazionale, ci mancherebbe, dovrebbe farci riflettere. L’occidente ha perso, è chiaro a tutti. La culla delle libertà e dei diritti in questo caso ha chinato il capo e ha dichiarato che in un certo senso, un po’ di paura ce l’ha. Dov’è finita la propaganda dei diritti, delle libertà, dell’antiviolenza, della solidarietà e della cooperazione?

In questi giorni sono tante le domande che ci tormentano. Una domanda tra tutte però ci continua a “frullare in testa”. Soprattutto dopo il programma televisivo Quarta Repubblica di Nicola Porro su Rete 4, in cui viene intervistata Maryan Ismail, docente di Antropologia dell’immigrazione e mediatrice culturale. L’ex rifugiata politica ieri ha scritto a Silvia Romano una lettera aperta e l’ha fatto sulla sua pagina Facebook. “Quell’abito non è somalo ma islamico” ha detto Maryan in trasmissione – “una tenda verde” – come l’ha definito lei. “Un simbolo dell’Islam, non di quello religioso ma di quello dei tagliagole. Quella tenda verde viene posta sulle donne in maniera violenta e allo stesso modo viene imposta. La stessa che ha tolto tutti i colori della tradizione delle donne somale.” Ha rimarcato la docente.  “Quella è una sorta di “protezione”, chiamare quell’abito musulmano o somalo è uno smacco per le donne.”

Quella palandrana è un simbolo di oppressione che le donne indossano per evitare violenze da parte degli uomini ed è un simbolo che ci dice che quel tipo di Islam ha difatti sottomesso le donne.

“L’immagine dell’arrivo di Silvia è devastante perché quell’immagine non ci spiega il suo travaglio e il suo avvicinamento spirituale. È un’immagine che non ci spiega nulla, anzi è una vittoria della comunicazione Jihadista che ci disturba e ci preoccupa tantissimo.” Ha infine detto al conduttore.

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