Silvia Romano e quella errata lezione sulla libertà di culto

di Gianmarco Cimorelli.

La vicenda di Silvia Romano va oltre quei due, tre, quattro o cinque milioni dati per pagarne il riscatto. Soldi che per uno Stato, diciamo la verità, sono spiccioli.

Il come verranno utilizzati invece dovrebbe interessare tutti anche se appare secondario rispetto alla gioia di un popolo festante.

Di sicuro nei confronti di una ragazza bianca, magari di buona famiglia, che ha fatto di valori e attitudini nobili, quali la solidarietà o lo spirito  di abnegazione, la propria ragione di vita, proviamo una forte vicinanza ed empatia vicinanza che difficilmente potremmo sentire così forte con le centinaia di cristiani uccisi e perseguitati da quelle stesse organizzazioni terroristiche che da domani avranno qualche soldo in più da “investire” nella lotta contro gli infedeli.

Turba però il disinteresse della sinistra del nostro Paese – la quale ogni giorno giustamente ci ricorda come la vita abbia di per sè un valore, indipendente dalla provenienza o dalla religione professata dal soggetto- nei confronti di coloro su cui con molta probabilità cadrà sottoforma di futura violenza la nostra odierna gioia.

Persone indifese che probabilmente finiranno per sognare speranzose una vita nuova magari in Europa, in quell’Occidente culla del diritto che ancora resiste, con i suoi principi saldi, alle grandi sfide del decennio.

Valori alla base delle nostre Carte ridotti a principi all’occorrenza relativizzabili e così la libertà declinata nelle sue mille sfaccettature, nella fattispecie la libertà di culto, deve per forza essere stata rispettata, quasi per confirmation bias, perfino quando, con molta probabilità, celi una imposizione e non una libera scelta.

Così una ragazza ancora profondamente turbata da una carcerazione lunghissima (può darsi di no ma sicuramente non bastano poche parole rilasciate fuori dall’aereoporto per capire quanto sia più Silvia o più Aisha) diventa il simbolo del mischiarsi pacifico tra culture (Sic!) o di come il velo non sia una imposizione ma una scelta perché no anche affascinante. Guai a sollevare obiezioni pena l’essere tacciati di islamofobia, perché i nostri valori sono frutto di una visione occidentalocentrica e non esistono libertà universali.

A nessuno però è venuto in mente di analizzare, con una visione laica, l’intera vicenda.

Può dirsi davvero liberale la scelta di conversione avutasi quando quest’ultima potrebbe esser dovuta ad ansie figlie di uno stato di prigionia che lascia poco spazio all’arbitro?

Ma soprattutto è lecito almeno andare cauti e considerare quel terribile simbolo di oppressione per le donne somale  -a maggior ragione qualora sia indossato da una ragazza appena liberata dai suoi carcerieri islamisti tramite un compromesso avutosi dialogando con essibe che in un certo senso li ha legittimani – un colpo duro inferto a quelle stesse libertà che ci tutelano dai vari estremismi religiosi?

Chissà, rimane l’amaro in bocca per una sconfitta lasciata passare per una vittoria del Paese. A dire il vero più di una soccombenza una resa.

Rattrista non tanto Aisha quanto chi del velo verde ha fatto un simbolo di progresso dando manforte ai terroristi di Al Shaabab e non solo.

I fondamentalisti dell’Isis uccidevano chi rifiutava di convertirsi e appunto meglio della morte di un infedele c’è la sua conversione.

Oggi quel velo simboleggia esattamente questo più che una manifestazione della sacrosanta libertà di culto.

Non solo a loro vittoria su di noi ma una affermazione con tanto di giubilo.

Silvia o Aisha probabilmente sarà vittima ma parte di noi è suo carnefice.

Bastava tutelarla da un siparietto ridicolo per tutelare un po’ se stessi.

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