Una storia che sarebbe dovuta divenire mito

Un personale confronto fra due capolavori

di Piermarco Paci Fumelli

Il nome di John Ronald Ruel Tolkien non ha certo bisogno di presentazioni; professore di letteratura inglese, filologo, ma soprattutto scrittore e glottoteta, egli ha il merito di aver creato uno dei più importanti cicli letterari del ventesimo secolo. Con Lo Hobbit, Il Signore Degli Anelli e tutti gli altri scritti pubblicati postumi ad opera di suo figlio Christopher, dal Silmarillion al recente La Caduta di Gondolin, era suo anelito creare un vero e proprio passato mitico di quel mondo in cui noi tutti ci troviamo a vivere, cioè di quell’unica landa visibile ai mortali che è la Terra di Mezzo, eco dell’antico termine Miðgarðr (o Midgard), con cui, nella Mitologia Norrena, si identificava il mondo degli uomini tutti.

Genesi

La “leggenda” narra che, durante la correzione dell’elaborato di uno dei suoi studenti, egli, quasi come posseduto da Clio, scrisse sopra un foglio lasciato in bianco quelle parole da molti ormai conosciute a memoria, la frase che costituisce l’inizio della fiaba che scelse di dedicare ai suoi figli: “In una caverna sotto terra, viveva uno Hobbit.”.
Forse non immaginava che, dal brevissimo incipit di quel racconto, sarebbe in seguito nato un fenomeno di livello mondiale; infatti, sebbene il Professore abbia più volte sconsigliato di cercare qualsivoglia collegamento metaforico fra la sua Opera e il mondo contemporaneo, vi furono diversi tentativi volti a dare una lettura allegorica dei suoi scritti, in particolare da una nutrita schiera di movimenti politici e culturali. Tanto interesse non poté fare a meno di attirare anche l’attenzione delle grandi case produttrici cinematografiche, le quali, complice l’avanzare della tecnologia nel campo degli effetti speciali, desideravano accaparrarsi i diritti dell’Opera. E fu così che, sebbene un certo Stanley Kubrick avesse definito un’eventuale pellicola ispirata a Il Signore Degli Anelli come “infilmabile”, il progetto cominciò a prendere forma e vide la luce fra il duemilauno e il duemilatré, con l’uscita sequenziale dell’ormai celebre trilogia diretta da Peter Jackson e ispirata ai tre tomi in cui l’Opera originale era stata divisa dall’editore.

Due capolavori a confronto

I protagonisti delle storie di Tolkien sono gli Hobbit, un popolo “amante della pace, della calma e della terra ben coltivata…” (Tolkien, 1954), che, almeno fino alle vicende narrate ne Lo Hobbit, aveva vissuto isolato dal resto del Mondo, prima lungo il corso del Grande Fiume, Anduin, poi nella pacifica regione chiamata Contea, un luogo molto simile alla campagna britannica in cui il Professore trascorse la sua giovinezza. A costoro si affiancano poi elfi, uomini e nani, tutti unitamente costretti a impegnarsi nella lotta contro il Male, rinato dopo un periodo di apparente tranquillità perdurato per più di due millenni.
Dal punto di vista degli ambienti in cui si muovono i personaggi, ci troviamo davanti a descrizioni minuziose e a ogni riga sentiamo dentro di noi il desiderio di saperne di più, tuttavia il testo riesce nella non facile impresa di costruire unicamente una base attorno a cui la nostra immaginazione è libera di plasmare una propria versione di ciò che vede. Dal canto loro, le pellicole di Jackson suppliscono a questa mancanza di libertà interpretativa adottando una fotografia che riesce a trasmettere la sensazione adeguata al momento giusto in unione a una colonna sonora che definire perfetta sarebbe riduttivo: le sequenze ambientate nella Contea, per esempio, presentano colori accesi e musiche rurali che rasserenano la mente, la città elfica di Gran Burrone è invece caratterizzata da un’atmosfera onirica e paradisiaca, con un accompagnamento musicale solenne, mentre un’orchestra di trombe dal suono infuocato, unita a colori spenti e bui, annuncia la minaccia di Mordor, la Terra Oscura, e di Sauron, l’invisibile e aborrito Signore del Male sempre intento a scrutare la Terra di Mezzo dall’inespugnabile fortezza di Barad-dûr.

L’importanza della Memoria

Nei suoi libri Tolkien dà una grandissima importanza alla creazione di leggende, lingue e miti inerenti ai vari popoli, che, proprio come avveniva nei tempi in cui gli aedi e i bardi ancóra camminavano sulla Terra, vengono spesso “tramandati” al lettore per mezzo di canti e poemi, custodi ultimi della Memoria; tale aspetto tuttavia viene in gran parte perso nelle pellicole, dove i riferimenti al Passato sono affidati alla voce narrante di Galadriel (che sul Grande Schermo è interpretata da Cate Blanchett), dama del Reame Boscoso di Lothlórien, la quale, essendo di stirpe elfica e pertanto immortale, conserva ricordi di epoche lontane e da molti obliate. È Galadriel a raccontarci della forgiatura dei Grandi Anelli, oggetti in grado di racchiudere in sé immensi poteri che ai nostri occhi potrebbero sembrare magici e, in tal modo, di accrescere oltremisura le capacità di chi li porta al dito; sempre Galadriel ci illustra la creazione dell’Unico Anello da parte di Sauron, il quale desiderava assoggettare i popoli liberi della Terra di Mezzo.
È attorno a tale oggetto maligno, consegnato alla Leggenda e dotato di volontà propria, che ruota l’intera vicenda: il tentativo di distruggerlo, e quindi di annientare Sauron e il Male gettandolo fra le fiamme del Monte Fato, il vulcano in cui era stato forgiato e l’unico luogo in cui potrà essere annientato, metterà a dura prova Frodo (Elijah Wood) e Samvise (Sean Astin), gli Hobbit protagonisti, e gli altri comprimari. Il Male tenterà di corromperli, direttamente o indirettamente, come aveva già fatto molti anni prima con Isildur (Harry Sinclair), figlio di Elendil (Peter McKenzie) e coregnante del reame di Gondor, da lui retto assieme al fratello; e con Smeagol, uno hobbit traviato e trasformatosi nell’immonda creatura nota come Gollum (Andy Serkis).


Una figura di massima importanza, che funge da guida spirituale per tutti i protagonisti, impedendo loro di cadere in tentazioni o di intraprendere un percorso che li condurrebbe diritti verso la via errata, è lo stregone Gandalf (Ian McKellen), il quale vaga per la Terra con addosso una grigia veste, sempre pronto a elargire il giusto insegnamento o un caldo incoraggiamento a chi ne è degno. Membro del Bianco Consiglio, tale misteriosa figura pare ispirata al dio norreno Odino (anche se, personalmente, io vi ho intravisto anche una sorta di corrispettivo immaginario di Padre Francis Xavier Morgan, tutore di Tolkien e figura estremamente importante nella vita di quest’ultimo, rimasto orfano di padre in giovane età).
Ogni essere o Potere della Terra di Mezzo verrà coinvolto nello scontro, poiché il Bene e il Male vivono in tutte le cose: se da una parte Saruman (Christopher Lee), lo stregone a capo del Bianco Consiglio ed ex-alleato di Gandalf, cederà al tenebroso richiamo della conquista e, col desiderio di spodestare un giorno Sauron, darà il via a una poderosa “rivoluzione industriale”, dall’altra la Natura, che egli stesso ha provato a soggiogare, raderà al suolo le sue fucine; se, ancóra, gli uomini avevano per lunghi anni vissuto divisi e dimentichi dei propri simili, la minaccia di Mordor li renderà di nuovo uniti, pronti a difendere quei valori che costituiscono le loro rispettive civiltà.


Grazie al proprio coraggio e alla propria tenacia, gli Hobbit giocheranno un ruolo di punta durante la Guerra dell’Anello e, nonostante gli ostacoli e i pesanti fardelli che gravano su di loro, riusciranno là dove anche grandi sovrani avevano fallito; la Pace e l’Armonia torneranno a essere la norma nella Terra di Mezzo, gli uomini, ormai liberi dalla minaccia del Male e uniti sotto Aragorn (Viggo Mortensen), re dei Regni Uniti di Arnor e Gondor, potranno assumere il ruolo di protettori del proprio mondo.
È quasi impossibile riuscire a dare il giusto spazio all’immensità di contenuti dell’opera cartacea, smisurata e complessa nella sua apparente semplicità stilistica, con continui riferimenti alle ere passate o a eventi avvolti nel mistero: vi sono interi saggi dedicati all’argomento e, in questo breve articolo, non posso far altro che darne un piccolissimo assaggio. L’unico modo per apprezzare appieno Tolkien è leggerne le Opere, rinunciando a cercare significati nascosti che, se presenti, sono di sicuro meno importanti del Mito come forma d’arte, della sub-creazione, come il Professore soleva definire la sua Creatura.

Sempre vicini alla Caduta, corrotti dalla presunzione

Vorrei concludere con una breve riflessione: sento spesso dire che Peter Jackson abbia commesso un peccato mortale con le proprie trasposizioni (che comunque, è d’uopo ricordarlo, non furono né le prime, né le sole), o che esse siano solo opere discrete (stiamo parlando della trilogia con il più alto numero di Premi Oscar nella storia del Cinema), tuttavia egli è riuscito nella fatica di trasportare su schermo l’atmosfera dell’Epos tolkieniano, seppur con differenze, a volte anche grandi, spesso dovute a difficoltà di carattere tecnico, e ha permesso a molti, compreso il sottoscritto, di avvicinarsi a quel magico mondo lontano, che però ci pare estremamente vicino. È vero, rispetto ai romanzi impallidiscono, però, a mio avviso, sarebbe stato molto difficile provare a fare di meglio; adattare Il Signore Degli Anelli ai gusti dello spettatore contemporaneo, come è avvenuto per le trasposizioni de Lo Hobbit, il cui pessimo risultato ancóra muove l’ira nei cuori degli appassionati, o come probabilmente avverrà con la serie prodotta da Amazon, al cui solo pensiero mi trema in petto il cuore, è una scelta poco saggia. E un discorso simile si può applicare anche qualora si tenti di travisare il pensiero e la vita dell’Autore, modificandoli in funzione di un messaggio che si vuole trasmettere, come è avvenuto nella recente pellicola biografica sulla vita del Professore, diretta da Dome Karukoski e prodotta dalla Fox.
Mi permetto quindi solo di dire che fu la presunzione di essere migliore del Creatore a portare Morgoth alla caduta, fu la brama di potere e la mancanza di giudizio a causare la trasformazione dei re degli uomini nei temuti Nazgûl, schiavi degli anelli che portavano al dito e inconsapevoli della propria condizione di asservimento. Intraprendere questa strada potrebbe essere disastroso, mentre sub-creare, omaggiando il Creatore ma rimanendo a lui fedele, così come fece Aulë quando plasmo i Nani all’insaputa di Eru, è la sola scelta da fare.

Bibliografia

Bergier J., Elogio del fantastico – Tolkien, Howard, Machen e altri demiurghi dell’immaginario, Palermo, Il Palindromo, 2018.

Tolkien J. R. R., Il Signore Degli Anelli – Il Ritorno Del Re, Milano, Bompiani, 2000, XIV edizione.

Tolkien J. R. R., Il Signore Degli Anelli – La Compagnia dell’Anello, Milano, Bompiani, 2000, XIV edizione.

Tolkien J. R. R., Il Signore Degni Anelli – Le Due Torri, Milano, Bompiani, 2000, XIV edizione.

Tolkien J. R. R., Il Silmarillion, Milano, Bompiani, 2013, XI edizione Tascabili

Tolkien J. R. R., Lo Hobbit, Milano, Adelphi Edizioni S.P.A., 1989, XXVII edizione.

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