David Chalmers e il problema difficile della coscienza

Di Filippo Pelucchi

David J. Chalmers è un filosofo australiano, classe 1966. È professore all’Università di New York, specializzato in filosofia e neuroscienza ed è anche professore onorario all’Università Nazionale Australiana. Egli lavora specialmente nel campo della filosofia della mente, occupandosi della coscienza e del suo ruolo nel mondo. Questo strano personaggio, che fino a qualche anno fa vestiva come un chitarrista di una qualche band metal, con tanto di capelli che arrivavano fino alle spalle, autore di un singolo dal nome “Zombie Blues” (che invito caldamente ad ascoltare) è noto principalmente ai più per aver introdotto la nozione di “problema facile” e “problema difficile” all’interno della filosofia della mente. Che cosa intende Chalmers con questi due termini? Egli sostiene che la coscienza ed una sua possibile spiegazione si debbano dividere in due categorie di analisi, quelle che riguardano i problemi facili e il problema difficile. Con i primi, Chalmers intende riferirsi ad esempio al focus dell’attenzione, al comportamento, alla differenza tra il sonno e la veglia e la capacità di riportare i propri stati mentali (come quando diciamo “al momento desidero soltanto che smetta di piovere”), come viene riportato nelle prime pagine del suo articolo del 1994 “Facing up the problem of consciousness”. Le neuroscienze non sono ancora in grado di fornire una risposta completa a questi problemi, ma gli sviluppi degli ultimi anni sono promettenti e lo stesso Chalmers ammette che arriveremo a capire come riuscire a spiegare tutto questo, sebbene si parli di un tempo vicino ai cinquant’anni. Ora però arriva il vero problema su cui si continua a sbattere la testa da ormai vent’anni, vale a dire il problema difficile. Secondo Chalmers, esso consiste nel cercare di spiegare per quale motivo noi siamo coscienti e nella vita di tutti i giorni facciamo continuamente esperienze consce, come quando mangiamo un gelato e proviamo qualcosa quando lo assaporiamo, oppure ancora quando guardiamo un tramonto e siamo catturati dalla rossezza del sole che si sta pian piano immergendo nell’acqua, e così via. Queste esperienze consce sono ciò che Chalmers chiama “film interiore” (inner movie in originale), vale a dire uno stato di coscienza che è continuativo lungo la nostra esistenza e che accade in prima persona: siamo noi a vivere quelle determinate esperienze, le quali non avvengono senza che noi ce ne accorgiamo, ma le viviamo direttamente come protagonisti di una storia. Proviamo qualcosa quando scopriamo qualcosa di nuovo, quando ci rendiamo conto di essere coscienti e perfino che stiamo cambiando nel corso degli anni. Perché questo accade? Perché non avremmo potuto semplicemente essere degli zombie filosofici, ossia esseri che non provano alcuna esperienza conscia? In fondo, se anche fossimo privi di coscienza il nostro corpo non ne risentirebbe, anzi, saremmo comunque in grado di descriverlo funzionalmente e a livello di comportamento. Esistono filosofi come Daniel Dennett che pensano proprio che questa sia la nostra condizione attuale e che la coscienza non sia nient’altro che un’illusione, uno stato molto particolare del nostro cervello che può essere descritto fisicamente (eliminativismo materialista). Secondo Dennett in buona sostanza non proveremmo niente nel fare una qualunque forma di esperienza, ma il tutto sarebbe l’esito di reazioni chimico-fisiche analizzabili fisicamente, senza chiamare in causa qualia (rimando all’articolo che ho scritto a proposito) o entità spirituali misteriose. 

Insomma, Chalmers crede che questa sia la vera sfida per i filosofi contemporanei della filosofia della mente: cercare di spiegare per quale motivo si passa da uno stato fisico (corpo e cervello) ad uno stato cosciente. A tal proposito, il filosofo Joseph Levine scrive nel 1983 di una lacuna esplicativa tra il fisico e il mentale, vale a dire di un salto incolmabile tra uno stato iniziale puramente fisico e uno stato di coscienza, senza che ci sia un modo o una possibile spiegazione che renda conto di tale salto. Il nostro filosofo australiano dice che il problema difficile è momentaneamente insolubile e che forse tra duecento anni potremmo avvicinarci alla sua risoluzione, anche se il tutto rimane una questione prettamente speculativa. La soluzione alternativa che propone nel suo famosissimo libro del 1996 è quella di adottare un approccio dualista e ritenere che la coscienza sia un aspetto fondamentale e irriducibile della realtà, esattamente come lo sono la massa e il tempo. La coscienza avrebbe dunque della proprietà non-fisiche (i qualia) e non sarebbe analizzabile soltanto da un punto di vista scientifico. Ciò non vuol dir però che essa sia un’entità spirituale ed immateriale: la coscienza deriva dal cervello, emerge dall’organizzazione funzionale di quest’ultimo e rientra comunque all’interno dello schema delle cose. La posizione di Chalmers è definita da lui stesso “dualismo naturalista”, sebbene negli ultimi anni si sia avvicinato a delle posizioni prettamente panpsichiste e prossime al monismo di Russell. La posizione dell’autore è definibile come “dualismo” dato che la coscienza non è riducibile ad una sostanza fisica e gode di proprietà non-fisiche, “naturalista” perché rientra all’interno della nostra realtà ed è un fenomeno naturale che può essere spiegato attraverso delle leggi definite da Chalmers come “psicofisiche”. Inoltre, una spiegazione di questo tipo non cozza assolutamente con i risultati attuali conseguiti dalle scienze empiriche come la fisica, la biologia, la chimica ed altre. 

La posizione di Chalmers è senz’altro molto ambiziosa e non è stata accettata da tutti i filosofi a lui contemporanei, specialmente per la formulazione dell’argomento che lo ha reso celebre all’interno del suo libro. Mi sto riferendo all’argomento degli zombie: in sintesi, Chalmers crede che sia possibile immaginare un mondo esattamente identico al nostro a livello fisico ma in cui esistono degli individui (gli zombie filosofici a cui abbiamo accennato prima) che non provano nulla quando fanno delle esperienze di ogni sorta. Questo per Chalmers mostrerebbe che non basta dire che dalle proprietà fisiche derivano quelle mentali: se in quel mondo gli zombie non provano nulla quando fanno determinate esperienze (ad esempio quando ascoltano una canzone di Lucio Battisti), ciò vuol dire che la coscienza non deriva esclusivamente dai fatti fisici rilevanti. 

L’argomento è stato molto discusso e in questa sede non posso riportare alcune critiche molto interessanti all’argomento stesso, ma spero di aver raggiunto l’obiettivo che mi sono prefissato per questo breve articolo: far conoscere il nome di uno dei filosofi più brillanti che abbiamo avuto negli ultimi vent’anni. 

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