La malafede di Bonafede – Perché l’alternativa è peggio

di Simone Casi

Com’era facile prevedere il ministro Alfonso Bonafede si è salvato da entrambe le mozioni di sfiducia rivolte contro di lui dalle opposizioni, grazie soprattutto al sostegno dei senatori di Italia Viva i quali, come ha ricordato Matteo Renzi col suo intervento subito prima della votazione, hanno optato per tenere su il governo, stabile no di certo ma pur sempre il loro governo, nonostante il ministro fosse nel torto marcio (poiché, sempre secondo Renzi, sostanzialmente “le opposizioni hanno ragione”). Per l’ennesima volta Renzi & Co. si confermano un branco di opportunisti che, più che la ragion di stato, seguono la ragion di sé, il loro capo in primis.

Ma non siamo qui per parlare di Matteo Renzi, che si commenta da solo. Parliamo invece del “reo”, Alfonso Bonafede, ministro della Giustizia. Se infatti Renzi, nonostante tutte le critiche che si possono fargli, rimane comunque un politico accortissimo e sopraffino, lo stesso non si può dire di Bonafede, che è un disastro sotto tutti i punti di vista (tra l’altro fu lui che introdusse Giuseppe Conte nel giro, quindi se oggi ce lo ritroviamo è anche e soprattutto per causa sua).

Le sue colpe? Principalmente due: aver lasciato uscire di prigione centinaia di mafiosi per l’emergenza coronavirus e, cosa forse ben più grave, essersi rimangiato un’importante nomina promessa al magistrato Nino Di Matteo poco dopo che, guarda caso, da intercettazioni telefoniche risultò cosa sgradita ai capomafia. Questi fatti, fossero anche solo illazioni, gettano un’ombra assai inquietante sulla persona del ministro, e in un paese normale le dimissioni sarebbero state una cosa naturale, quasi obbligata. Ma certo non Italia. E il giustizialismo a tutti i costi dei pentastellati, come al solito, vale per tutti tranne che per loro.

Ma si potrebbe tentare di discolparlo con i seguenti argomenti:

  1. Era davvero sua la responsabilità di tenere in carcere i mafiosi?
  2. Nino Di Matteo era forse una persona adatta per dirigere un importante dipartimento?
  3. Come poteva sapere il ministro dell’esistenza di intercettazioni in cui l’argomento era Di Matteo?

Ad esse, anche senza essere esperti in materia giuridica, si potrebbe rispondere così:

  1. Possibile che, anche se è stato dichiarato che le scarcerazioni dipendevano dagli enti giudiziari locali, il ministro della giustizia non potesse farci nulla? Davvero un magistrato e una legislazione locale valgono più dell’autorità superiore del ministero? Non poteva essere coinvolto il presidente del consiglio, che data la sua smania legiferatrice avrebbe certo volentieri emesso per tempo un decreto ad hoc?
  2. Nessuno nega che il magistrato Di Matteo sia una figura assai controversa, ma non si capisce l’improvvisa marcia indietro di Bonafede nei suoi confronti, anche perché ad oggi non c’è ancora una spiegazione soddisfacente. In base a cosa è stato rigettato, dato anche l’apparente vicinanza iniziale di idee?
  3. Ricollegandoci alla domanda precedente, possiamo ribaltare l’argomento pro-Bonafede, chiedendoci quindi: come poteva non sapere? Un’accusa mossa molto spesso negli ultimi anni a vari esponenti politici che sta diventando un vero e proprio assioma: l’ignoranza non è sinonimo di innocenza, ergo l’ignorante è colpevole anche se non sapeva (cosa che, secondo questo pensiero, è impossibile).

Quindi, se Bonafede non poteva non sapere delle intercettazioni, le possibilità sono due, entrambe terrificanti: o ha trattato con la mafia e per questo ha accantonato Di Matteo ottenendo qualcosa, o, cosa ancora peggiore, si è fatto intimidire dalla mafia e ha accantonato di Matteo senza ottenere nulla.

Spero veramente di sbagliare, ma la logica non pare lasciar scampo. Se tutto questo fosse vero e avessimo un ministro che si piega alla criminalità organizzata, poveri noi.

Alfonso Bonafede pare quindi indifendibile sotto qualsiasi punto di vista, ma ormai la sua testa è diventata troppo importante per essere fatta saltare. Venisse anche colto in flagranza di reato non avrebbe nulla da temere, perché il governo che litiga su tutto sarebbe sempre compatto su una cosa: nessuno va a casa perché altrimenti ci andrebbero tutti, e non sia mai! E’ interessante esaminare la metamorfosi dei cinquestelle: da “per Siri basta il sospetto” a “Bonafede non si tocca per nessuna ragione”. Come al solito, giacobini sì ma con le teste degli altri. Chissà cosa ne direbbe il compianto Casaleggio, di com’è diventata la sua creatura.

Share This:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *