Non dobbiamo inginocchiarci

Di Manuel Berardinucci

Un tempo ci si inginocchiava dinnanzi a Dio, al Sovrano o sui ceci in segno di punizione (come nella tradizione scolastica italiana). Inginocchiarsi era ed è dunque un gesto che Storicamente e Naturalmente indica Sottomissione, Fedeltà o volontà di espiazione di una colpa. Poi con il disdicevole avvento della Modernità i Sovrani sono stati detronizzati (e dove ancora resistono sono principalmente ridoti a sterili notai o peggio a star), Dio è stato trasportato in Terra negandogli quell’aurea di Regalità che invece gli è connaturata (e infatti nel Novus Ordo Missae non ci si inginocchia nemmeno quando ci si appresta a ricevere il Corpo di Cristo) e la punizione è stata sostituita con la rieducazione (cioè con un lassismo permissivista figlio dell’utopico ottimismo marxista). Così l’uomo Occidentale ha perduto l’attitudine e l’abitudine ad inginocchiarsi, poiché non ha più i Sacri motivi per farlo. Oggi però, nel 2020, un’orda di barbari antiOccidentali vuole convincerci a profanare quel nobile gesto, compiendolo per rinnegare noi stessi, la nostra storia, la nostra identità nel nome di un antirazzismo ideologico e pretestuoso. Per un fatto di cronaca statunitense, di cui sarebbe inutile riportare i dettagli essendo questi estremamente noti al pubblico, del quale si occuperà la giustizia americana, si è dato avvio ad un moto rivoltoso  con l’obiettivo iniziale di spodestare Donald Trump (nonostante episodi come quello di George Floyd si verifichino da sempre negli USA a prescindere da chi risiede alla Casa Bianca) e poi di criminalizzare l’intero Occidente, spostando la responsabilità individuale di un poliziotto americano ad un’intera comunità e perfino alla sua storia. L’ultima follia è la guerra all’intramontabile classico “Via col vento” accusato di razzismo, trasposizione virtuale della furia che negli USA, nel Regno Unito e perfino in Italia ha vandalizzato quando non abbattuto statue e monumenti di altissimo valore storico e identitario, vero compimento violento di un’ideologia malata  che vede nelle Radici delle catene  che inibiscono la libertà assoluta  dell’individuo  e nella Bellezza uno strumento di tensione della società  verso l’Alto e il Sacro,  che certo non è funzionale al livellamento egualitario di matrice liberalmarxista. Ma il gesto più emblematico di tutto questo can-can resta il ginocchio poggiato a terra. Dei tre moventi storici che giustificano tale atto, Fedeltà-Sottomissione-Espiazione di una colpa, l’ultimo è il prescelto dagli AntiRazzisti che non solo ritengono la morte di George Floyde frutto di un presunto razzismo “sistemico” insito nella società Occidentale, ma credono che la totalità della nostra storia costituisca un insulto agli extraEuropei. Eppure, proprio nel giorno in cui ricorre la morte di Julius Evola, l’uomo che ci insegnò a “tenersi in piedi in un Mondo di rovine”, voglio affermare che noi non dobbiamo inginocchiarci, poiché non abbiamo nulla di cui scusarci, non per il presente e nemmeno per il passato. Innanzitutto perché l’accusa di razzismo sistemico è falsa tanto per gli Stati Uniti (che infatti hanno persino avuto un Presidente di colore) quanto per l’Europa che si prodiga ben più del dovuto nell’accoglienza in ambito migratorio e che garantisce universalmente la tutela dei diritti e la soddisfazione dei bisogni a chiunque si trovi sul proprio suolo. Se l’Occidente di oggi è reo di qualcosa, è di essere indegno erede dei Propri Padri, colpevoli, invece, esclusivamente di Grandezza. E se la Grandezza è un crimine, ce ne addossiamo volentieri la responsabilità, poiché l’abbiamo nello Spirito e nel Sangue. La Magnificenza d’Occidente poi non è stata un peso per il Resto del Mondo, un fardello da sopportare, bensì una Benedizione. La Missione Civilizzatrice iniziata sotto le colonne della Classicità Romana e proseguita con l’Europa Cristiana ha portato in luoghi tribali e primitivi il Dono e la Speranza della Fede attraverso i gesti e le parole di coraggiosi missionari troppo spesso perseguitati e uccisi, l’Ordine della Legge, la Civiltà del Lavoro, possenti infrastrutture che ancora oggi resistono allo scorrere dei tempi, nozioni e conoscenze, scuole e ospedali. Certamente le Nazioni europee hanno poi preteso diritti di Sovranità su quelle che passeranno alla storia come “colonie”, in cambio della Civiltà trasmessa, e a buon diritto si può tranquillamente affermare seguendo il principio del “Do ut des”.  Smantellato il dominio coloniale le Nazioni che si credevano liberate del “terribile giogo Occidentale” sono poi ripiombate nel caos, al quale, nella maggior parte dei casi, è stato posto un fermo da qualche dittatore corrotto.  

Non abbiamo dunque alcunché di cui scusarci e se nella nostra Storia vi sono stati errori (e ve ne sono stati essendo noi umani, onde per cui fallibili), abbiamo il dovere intellettuale di supporre che sarebbe stati commessi anche “dagli altri” se posti nella nostra medesima posizione, poiché, appunto, dettati dall’imperfezione della Natura Umana.

Non un’analisi questa, bensì un sfogo, di un ragazzo bianco e cattolico che non si sente minimamente in colpa per essere tale e che si inginocchia soltanto in Chiesa (purtroppo il Re ancora manca).

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