Tommaso Longobardi: “I social non sostituiranno mai la politica sul territorio”

di Nathan Greppi

Negli ultimi anni è diventato sempre più importante, per i politici, avere una buona squadra che curi la loro comunicazione politica in rete, e in particolare sui social. Ne parla a Giovani A Destra Tommaso Longobardi, 29 anni, influencer di successo e responsabile della comunicazione digitale di Giorgia Meloni.


Come è iniziata la tua popolarità sui social?

È stato circa 10 anni fa, quando ancora in pochi pensavano che il mondo dei social network potesse diventare compatibile con quello politico. Iniziai a utilizzare una pagina pubblica su Facebook dove scrivevo pensieri legati al sociale e alla politica, poi la cosa andò da sé progressivamente.


Come hai iniziato a lavorare per la Meloni? Ti ha chiamato lei o ti sei fatto avanti tu?


Per anni ho gestito diverse community politiche per pura passione, poi diversi anni fa ricevetti una chiamata dalla Casaleggio Associati dove è iniziato il mio percorso lavorativo nel mondo dei social applicato alla politica. Dopo l’esperienza alla Casaleggio, ho iniziato a collaborare con diverse aziende dove mi occupavo nello specifico di comunicazione social politica, curando diverse personalità legate al mondo politico e istituzionale. In una di queste aziende ci occupammo della campagna di Giorgia Meloni nel 2018, e da lì ha avuto inizio il mio percorso con lei.


Per fare comunicazione politica, è più importante avere una formazione universitaria o essere autodidatti?

Io ho studiato psicologia, e devo dire che molte dinamiche che mi hanno appassionato durante il percorso di studi, come quelle legate alla psicologia sociale e dei fenomeni collettivi, mi sono risultate utili anche nel mio ruolo attuale. Sicuramente un minimo di basi di comunicazione e di cultura politica sono essenziali, ma non credo servano specifici percorsi di studio per occuparsi di comunicazione social politica; serve piuttosto una certa predisposizione a capire i comportamenti degli utenti in rete.


Tu e Morisi siete stati definiti dai media di sinistra le “Bestie” di Salvini e della Meloni. Tu invece come ti definisci, a parole tue?

Vedo che ormai il termine “bestia” viene usato per definire tutte quelle strutture comunicative legate al mondo politico che hanno un discreto successo in rete, quindi lo prendo come un complimento. Il problema è che spesso si abusa del termine anche per dare l’idea che ci sia una sorta di oscuro meccanismo che permette al politico di avere più visibilità rispetto a un altro. La vera “bestia”, per come viene venduta oggi, è semplicemente un mix tra il buon lavoro di una squadra e la “forza” di un personaggio politico.


Gli stessi media in alcuni casi ti hanno equiparato all’alt-right americana. Ma che differenze ci sono tra il contesto italiano e quello anglosassone?


L’alt-right americana è tutto un altro mondo, con un altro tipo di comunicazione: per fare un esempio, figure come gli influencer politici o le piattaforme indipendenti che si occupano di controinformazione, nel contesto americano sono molto più valorizzate nel dibattito politico. Anche il linguaggio è molto diverso, più costruito, legato alle dinamiche americane: come il modello dell’uomo di successo, che da noi, oltre a non funzionare allo stesso modo, verrebbe anche visto negativamente da una fetta della popolazione.


Come ha influito la pandemia su questo mestiere?

Le dinamiche sono sempre le stesse. Forse è cambiato per qualche settimana il tono che i politici dovevano tenere per non urtare la sensibilità degli italiani durante il lockdown. Per l’opposizione è stata molto più dura in termini comunicativi, visto e considerato il ruolo di forza che ha un governo in queste situazioni emergenziali.


Secondo te, che peso avranno in futuro le campagne politiche online e dal vivo? Convivranno o una sarà predominante sull’altra?

Non penso che potrà mai esserci un vero predominio delle campagne online su quelle territoriali. I social rimangono un ottimo strumento mediatico, ma senza le campagne politiche sui territori non possono essere determinanti singolarmente in termini di consenso elettorale. Una dimostrazione di quanto dico la possiamo riscontrare nelle dinamiche legate al Movimento 5 Stelle tra il consenso nazionale e quello territoriale: anche quando era il primo partito a livello nazionale, non è mai riuscito ad avere le stesse percentuali anche alle elezioni regionali. Il mondo dei social non può sostituirsi completamente alla politica sul territorio, fatta di persone, militanti, circoli e strutture.


Un episodio OFF della tua carriera?


Uno dei periodi lavorativi più divertenti e fruttuosi regalatici da chi voleva attaccarci: quando divenne virale la famosa hit Io sono Giorgia. Molti credono addirittura, ancora oggi, che a lanciarla fummo noi della comunicazione social, tanto fu il ritorno mediatico nei confronti di Giorgia. In realtà le cose andarono diversamente: i primi giorni in cui si diffuse, a rilanciarla erano perlopiù gruppi, influencer e personaggi che credevano di attaccare e ridicolizzare Giorgia per il suo ormai celebre discorso dal palco di Piazza San Giovanni. In realtà fecero l’esatto opposto, tant’è che molti di quelli che sopra l’intervento costruirono canzoni o parodie, dopo qualche settimana rivelarono che fu un grave errore rendere quel pezzo “pop”, perché era di fatto un favore a chi loro volevano contestare.
Furono settimane di visibilità positiva regalateci da chi voleva ridicolizzarla, ma che in realtà hanno contribuito a diffondere un messaggio politico condivisibile da tutto il target potenziale di Giorgia. Settimane e settimane di milioni di visualizzazioni, parodie, gag. Immaginatevi la nostra soddisfazione pensando che quel regalo ce lo avevano fatto coloro che volevano ridicolizzare la figura di Giorgia.

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