L’Esame di Stato, quel Rito laico

Di Manuel Beradinucci

Oggi milioni di studenti si apprestano ad affrontare una delle esperienze più significative della vita di ogni uomo. L’Esame di Stato, tanto atteso e tanto temuto, a metà tra una prova del fuoco e una formalità burocratica per certificare il coronamento di un lustro di studi, quest’anno rischiava di saltare in nome della Salute. Per fortuna poi si è trovato un compromesso per garantire ai ragazzi e alle ragazze che quest’anno vi si apprestano, quel Rito laico che non si consuma nei tre giorni di prove previste, ma si dipana in un arco temporale che va dall’inizio dell’anno scolastico alla liberazione finale: la prova orale. Si avvia già dal primo giorno di scuola, quando tutti gli attori in campo sanno che quello sarà il loro ultimo-primo giorno insieme. Qualcuno aveva ipotizzato, con il pretesto del virus cinese, che questa fosse l’occasione giusta per eliminare definitivamente l’Esame di Stato, visto unicamente nella sua accezione burocratica, ma sarebbe come negare ad un bambino il primo giro in bicicletta. Una delle cose che distingue l’Uomo dall’Animale è proprio la Ritualità e celebrare il passaggio dall’Immaturità alla Maturità, da un percorso quasi obbligato (quello del ciclo di studi) all’apertura ad un ventaglio ampio di possibilità, è giusto, è sano ed è Bello.

Sì è Bello, tutto ha una sua Estetica. È Bella, di un bello tra il tragico e l’atteso, l’ansia che si comincia a respirare quando dal ministero giungono le prime indicazioni e simulazioni (sempre con riprovevole ritardo, perché siamo Tradizionalisti a convenienza) sullo svolgimento delle prove. E’ bella la tensione al Trascendente che sorge persino nelle anime più saldamente materialiste, quando tutti gli studenti diventano Codreanu-iani a loro insaputa (“Le vittorie non dipendono dalla preparazione materiale, dalle forze materiali dei combattenti, ma dalla loro capacità di assicurarsi il concorso delle potenze spirituali”), nello svolgere, solitamente nella fatidica data dei “100 giorni prima dell’esame”, quei riti propiziatori tra il Sacro e il Profano per garantirsi una buona riuscita. Nel Centro Italia, per esempio, si procede alla benedizione delle penne presso il Santuario di San Gabriele, ma ho visto sottoporre al getto dell’Acqua Santa pure dizionari, calcolatrici, astucci, zaini e teste, soprattutto teste. Una tensione spirituale, questa, completata poi, di solito, dalle nonne che rivolgono una preghiera al Cielo nei giorni di poco antecedenti all’inizio degli esami.  E poi è Bello vedere quel campo di battaglia che prima era la classe, mutarsi in una Comunità di destino. I famigerati “gruppetti” si sciolgono in una tregua di convenienza, i docenti non sono più i Guardiani da ingannare, ma gli alleati per non soccombere innanzi ai Commissari esterni e al Presidente. I migliori tra i Professori mettono a disposizione le proprie prestazioni persino ad attività didattiche concluse, per ripassi e chiarimenti. E sono belle quelle settimane di studio concitato, “matto e disperatissimo”, individuale o in compagnia, guardando la parete, il proprio migliore amico o il cane.

Poi ci sono i voti d’ammissione, quelli che alzano sempre numerose polemiche e proteste, tra chi ritiene di essere stato ingiustamente sottovalutato e chi, invece, accusa sopravvalutazioni di certuni compagni da parte dei professori. E’ quello il momento in cui, per un momento, si sospende lo spirito Comunitario e si riprende una leggera schermaglia. Sarebbe bello affrontare il tema della scarsa meritocrazia insita nel sistema scolastico italiano, ma a ben vedere non riuscirei ad individuare un solo settore pubblico nel quale la meritocrazia la faccia da padrona, ma questa è un’altra storia.

C’è poi la sera in cui non è possibile aprire le Storie di Instagram senza ascoltare, almeno una trentina di volte, la celeberrima canzone di Venditti. Quella Notte speciale, che rimarrà nei ricordi di ognuno ad perpetuam rei memoriam, è piena di divertimento prima del gran passo, ma di speranze, paure e progetti venturi. Infine l’Esame, la cui durata ormai varia di anno in anno poiché la sua modifica è l’unico modo in cui i Ministri dell’Istruzione riescono a far percepire la loro spesso inutile esistenza, X (chiedere a Ministro del momento) giorni di fuoco, in cui hai il dovere di rovesciare in foglio e in un colloquio orale, i cinque anni di studio, le nozioni, le esperienze, oscurare le criticità (come in qualunque colloquio di lavoro), fare gioco di squadra con compagni e docenti sistemando opportunamente le posizioni tra i banchi al fine di una buona strategia.

Considerando che sto scrivendo su di una piattaforma che si chiama “Giovani a Destra”, posso concedermi anche un’allusione di parte. Perché solo noi ragazzi di Destra sappiamo quanto sia difficile affrontare la prova d’Italiano, non già per una difficoltà nello scrivere, bensì per la doppia capacità che ci è richiesta, pena l’avere preclusa metà delle tracce in campo: essere in grado di rendere digeribili, accettabili o nei peggiori casi nascoste, le nostre posizioni su temi di attualità o storia, a docenti troppo spesso ideologizzati e faziosi (con pur lodevoli eccezioni).

Ai maturandi di quest’anno sono state precluse molte delle esperienze significative in tal senso, per una responsabilità, da spartire a metà, tra il Virus ed un Ministro che ha posto l’Istruzione nella serie C dei problemi del Paese. Ma in ogni caso l’esame è arrivato, ora tocca a voi, in bocca al lupo.

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