I Campi Catalaunici – L’ultima battaglia dei Romani

di Simone Casi

E’ il 20 giugno del 451 dopo Cristo, nel pomeriggio. La piatta campagna francese pare tranquilla, ma non sarà così ancora per molto. Ben presto due eserciti la ricoprono e stabiliscono i propri accampamenti, rivolgendosi poi verso l’unica collina presente e puntandola con decisione, dando il via ad una corsa contro il tempo per accaparrarsi la vantaggiosa posizione. Si tratta dei Romani, degli Unni e dei rispettivi alleati, che si affronteranno in quella che sarà l’ultima vittoria per l’Impero prima della fine.

Attila, che da tempo cercava una scusa per razziare i ricchi territori mediterranei, aveva sfruttato un pericoloso dissidio all’interno della famiglia imperiale: Onoria, sorella dell’imperatore Valentiniano III, aveva intrattenuto una relazione clandestina con il suo custode Eugenio; scoperti, Eugenio era stato ucciso e Onoria promessa sposa ad un senatore come riparazione “all’onta”. Ma la principessa, consumata dall’insofferenza e dal livore, aveva deciso di giocarsi il tutto per tutto: aveva infatti inviato una richiesta d’aiuto all’unico che, all’epoca, pareva in grado di competere col potere imperiale, cioè Attila, il re degli Unni, che non riconosceva altra autorità che la sua.

Bastò la follia di Onoria per scatenare la furia unna, e l’orda calò sulla Gallia, devastando città e campagne, distruggendo numerosi centri tra cui Metz e Reims. Attila pensava forse di ricavare del facile bottino, sperando nella sempre maggiore debolezza e fiacchezza dei Romani, ormai indeboliti da decenni di attacchi e invasioni su tutti i fronti, sia in Occidente che in Oriente.

Ma c’era un uomo, uno solo, che era ancora in grado di opporsi agli invasori. Quest’uomo era Flavio Ezio, generale e magister militum che era cresciuto tra gli Unni e che aveva conosciuto Attila personalmente, ben imparando le sue forze e le sue debolezze. Uno degli ultimi Romani a detenere effettivamente del potere nell’Impero d’Occidente, Ezio era ben conscio della fragilità del suo esercito, e per reclutarne uno in grado di opporsi dovette sfruttare fino all’ultimo le scarse risorse italiche, e non bastandogli nemmeno quelle dovette ricorrere, come ultima spiaggia, all’impiego di vasti distaccamenti di popoli barbari, che al tempo erano federati dell’Impero (tra gli altri Visigoti, Alani, Sassoni e Burgundi). Queste tribù, spinte dalla paura degli Unni, che avevano sottomesso o massacrato tutti i popoli a nord del Danubio, decisero di schierarsi con Ezio per garantire la mutua sopravvivenza, in quella che sarebbe stata anche l’ultima effettiva collaborazione tra Romani e barbari.

Allora Ezio marciò in Gallia per affrontare Attila, che venne raggiunto nei pressi dell’odierna Chalons. I due eserciti erano più o meno della stessa grandezza (130.000 uomini), e fin da subito l’esito pareva molto incerto. Ma sapendo che, in caso di fuga, gli Unni sarebbero senza dubbio e pietà calati su di loro, Ezio e i re barbari decisero di affrontarli a viso aperto. Fu così che, nel tardo pomeriggio del 20 giugno del 451 d.C., cominciò la battaglia.

In realtà Attila in principio non avrebbe voluto combattere, poiché i presagi che aveva ottenuto erano tutti sfavorevoli. Quando però gli indovini gli predissero che, anche nella sconfitta, un suo grande nemico sarebbe stato ucciso, decise di dar comunque battaglia, sperando che la profezia riguardasse Ezio. Ma così non andò.

I prodromi della battaglia non fecero ben sperare: il giorno prima si erano affrontati Franchi e Gepidi in una “schermaglia” che lasciò sul campo 15.000 morti da ambo le parti. Gli Unni e i loro alleati combattevano con ferocia, e Romani e barbari capirono di non dover essere da meno. Si prospettava un bagno di sangue, e così fu.

Gli scontri si concentrarono subito sulla collina che dominava i cosiddetti Campi Catalaunici (dalla vicina città Catalaunum, più tardi Chalons), e i due eserciti si fronteggiarono per ore tentando di raggiungerne la cima. I combattimenti furono violentissimi, e le cronache dicono che dal colle per vari giorni discesero verso la pianura innumerevoli rivoli di sangue. Alla fine, comunque, i Romani riuscirono a prenderne la cima dopo molte ore di scontri e gli Unni, trovatisi all’improvviso in posizione di netto svantaggio, furono costretti a ritirarsi.

Allora Romani e barbari si lanciarono all’inseguimento degli Unni in rotta, e qui si avverò la profezia di Attila (anche se non come avrebbe voluto lui): Teodorico I, re dei Visigoti e figlio di quell’Alarico che aveva saccheggiato Roma, principale capo dei barbari, finì disarcionato dal suo cavallo e venne calpestato a morte dai suoi stessi uomini, che non si accorsero di lui. Suo figlio Torismondo allora, furioso, avrebbe voluto assaltare il campo unno e fare strage dei nemici, ma venne dissuaso da Ezio, che permise invece agli Unni di ritirarsi. Il generale temeva (a ragione) che se avesse lasciato attaccare i Visigoti perché annientassero Attila, questi poi ne sarebbero usciti rafforzati potendo quindi ribellarglisi; in quel modo sarebbero diventati una grave minaccia per Roma, ancora più grande degli Unni, ed Ezio preferì risparmiare un nemico che conosceva che doverne affrontare uno ignoto.

Gli Unni quindi, sfruttando l’indecisione dei nemici, poterono ritirarsi e tornare al di là del Reno, avendo ottenuto comunque un ricco bottino. Attila, battuto ma non sconfitto, si rifece l’anno successivo invadendo l’Italia e saccheggiando Aquileia e Milano. Ma sarebbe stata la sua ultima scorreria: rientrato nel Nord Europa, sarebbe morto l’anno successivo, forse avvelenato. Il suo nemico Ezio non gli sarebbe sopravvissuto molto: l’imperatore Valentiniano III infatti, temendone un colpo di mano, lo fece assassinare nel 454. Ma paradossalmente fu proprio questa la causa della sua rovina: Ezio, forse l’ultimo Romano degno di questo nome, aveva innumerevoli sostenitori, persino tra i barbari, e furono proprio due barbari a vendicarlo trucidando Valentiniano pochi mesi dopo.

Con la perdita di un generale forte e di un imperatore duraturo, anche se debole (Valentiniano regnò per ben trent’anni dal 425 al 455, cosa rara per un imperatore romano), l’Occidente cominciò a collassare. I barbari, prima alleati, si ribellarono e cominciarono a spadroneggiare, e anche le popolazioni prima sottomesse agli Unni, ora liberate dalla morte di Attila, calarono sull’Impero e ne fecero scempio. E la memoria dei Campi Catalaunici, l’ultima battaglia che avrebbe potenzialmente potuto preservare l’Impero, presto si perse, e mai più i Romani furono in grado di scendere in guerra contro gli invasori: l’Impero era troppo corrotto, troppo decadente per continuare a vivere.

Sono passati più di quindici secoli da quella battaglia; sembra così lontana, eppure è così vicina. In un’epoca di sconvolgimenti e di decadenza politica e morale come questa, bisogna rendersi conto che altri Attila e Valentiniano potrebbero spuntare da un momento all’altro… E, perché no, forse (si spera) anche un nuovo Ezio. Confidando che, magari, non faccia la sua stessa fine.

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