Il panpsichismo: la coscienza è in tutte le cose

di Filippo Pellucchi

Credo che chiunque nella propria vita abbia provato almeno una volta a non considerare l’uomo come un qualcosa di speciale, come l’unico essere presente in tutto l’universo che sia dotato di coscienza. In fondo, studi empirici condotti negli ultimi vent’anni hanno portato a considerare la presenza di coscienza fenomenica (vale a dire una forma di coscienza soggettiva, per cui si prova qualcosa ad essere un determinato soggetto cosciente) anche in animali come elefanti, scimmie e cani (si veda a tal proposito Vanutelli e Balconi 2019).

Ora, pensiamo di volerci spingere oltre e di stimare che ci sia una qualche forma di coscienza, seppur primitiva, anche in tutti gli oggetti che ci circondano, piante e computer compresi. È bene fare una precisazione preliminare, che sorge spontaneamente a chiunque senta pronunciare un concetto del genere per la prima volta: ciò non significa dire che gli elettroni di un atomo o la bottiglia d’acqua di fronte a me da un momento all’altro cominceranno a provare dolore o a riflettere sul senso dell’esistenza.
L’affermazione di un panpsichista (termine che deriva dal greco “pan” ossia “tutto”, e “psiche”, ossia “anima/mente”) è molto più sottile: l’idea di fondo è che esistano alla base della materia delle proprietà basilari, degli stati di coscienza primitivi che sono presenti in ogni singola cosa nel nostro universo. Ammettere tutto questo significa riconoscere che la coscienza non è un’entità spirituale o una res cogitans cartesiana, bensì un costrutto fondamentale dell’universo e che ci rende parte integrante di un sistema fisico.
Ma quali sono queste proprietà e come vengono definite? Filosofi della mente che adottano una posizione panpsichista come nel caso di Philipp Goff (2019) e Hedda Hassel Mørch (2017) fanno riferimento tipicamente a “proprietà fenomeniche”. Per un panpsichista, la realtà è divisibile in due livelli: quello microfisico (parliamo di particelle, atomi, quark eccetera) e quello macrofisico (in questo caso ci riferiamo invece agli oggetti del nostro mondo come i tavoli, gli alberi, le montagne), come si può leggere anche in Nagasawa (2020). Per entrambi i livelli, distinguiamo due tipi di proprietà: quelle fisiche e quelle fenomeniche. Un esempio di proprietà fisica è la durezza del diamante, la lunghezza di uno scaffale, oppure la temperatura di un corpo. Le proprietà fenomeniche (già trattate nell’articolo “Che cosa sono i qualia?”, che consiglio caldamente) sono quelle che fanno invece riferimento alle esperienze, a ciò che proviamo in prima persona quando siamo sottoposti un’esperienza gustativa, olfattiva e tutte le altre del caso. Pensiamo anche soltanto al profumo di una rosa: senza che noi la odoriamo e dunque entriamo in contatto diretto (acquaintance) con quell’oggetto, non saremo mai in grado di dire che cosa proviamo quando percepiamo quel particolare aroma. Ecco, il panpsichista asserisce che queste stesse proprietà (i “qualia”, per l’appunto) siano presenti sia nel livello microfisico che in quello macrofisico. Per quello macrofisico, basti pensare all’esempio della rosa sopra menzionato, dato che in quella situazione la nostra esperienza è ricca, distinta e uniforme: io so che sto odorando una rosa e so che si prova qualcosa di diverso nell’odorare questo tipo di fiore rispetto a quando faccio provo ad annusare invece il pistillo di un papavero. Nel caso di quello microfisico, non bisogna pensare che l’esperienza ci si presenti allo stesso modo, dato che dobbiamo prendere in considerazione ogni singola particella: ciò che si prova ad essere un atomo o un elettrone è radicalmente diverso da ciò che proviamo quando vediamo una striscia di vernice rossa su un muro. Ciò nonostante, tutte le particelle appena prese in esame sono dotate di coscienza, di uno stato particolare di coscienza molto più semplice del nostro ovviamente.
Ora, perché mai qualcuno dovrebbe spingersi a dire che ogni componente della materia è cosciente? Non pare un’idea molto fantasiosa e priva di dati pratici ed empirici? A prima vista, la proposta panpsichista è molto difficile da accettare e tuttora non gode di molta fortuna nel panorama della filosofia della mente. Tuttavia, negli ultimi vent’anni c’è stato una riconsiderazione generale nei confronti del panpsichismo, soprattutto grazie ai lavori di David Chalmers (2013) e il già citato Philipp Goff, che col suo libro “Galileo’s Error”(2019) ha sicuramente contribuito ad avvicinare molte persone alla teoria panpsichista della mente.
Perché però, tornando alla domanda di prima, dovremmo abbracciare una posizione del genere? Un primo vantaggio sarebbe quello di superare il dualismo mente-corpo: se le proprietà fenomeniche sono già presenti a livello microfisico, le nostre esperienze in prima persona (con i relativi qualia) si possono spiegare sulla base di una combinazione di tali proprietà micro-fenomeniche (“micro” perché sono presenti a livello microfisico). In secondo luogo, il panpsichismo non trova opposizione da parte del principio di chiusura causale del mondo fisico, in base al quale ogni evento fisico nell’universo ha una causa fisica. Se le proprietà micro-fenomeniche sono già presenti nella materia, ciò significa che sono riconducibili ad una spiegazione fisica: ciò significa che non dobbiamo chiamare in causa entità immateriali che violino le leggi fisiche a noi note.
Il panpsichismo è una posizione molto versatile, che presenta anche diverse varianti, quali cosmopsichismo, monismo di Russell e panpsichismo costitutivo russelliano. Al momento è difficile stabilire la portata di una posizione come questa, ma una cosa è certa: nessun filosofo della mente che si rispetti oserebbe dire che è implausibile o da escludere a priori, come accade nel caso di posizioni meno fortunate quali il dualismo delle proprietà e quello delle sostanze. C’è ancora molto da fare prima di poter pronunciare un verdetto definitivo.

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