L’Italia ha chiuso i conti con il suo passato coloniale, ma non con i suoi mistificatori

Di Al Redai


L’attuale dibattito sul passato coloniale italiano, aperto con il deturpamento della statua di Montanelli a Milano, ha riportato l’attenzione sull’annoso tema del rapporto degli italiani con il proprio passato.
Prima di affrontare il tema, è necessario soffermarci su chi porta avanti l’idea di “decolonizzare” l’Italia: senza scadere in parallelismi che lasciano il tempo che trovano, i fautori di queste istanze sono generalmente un prodotto di scarto del grande dibattito avvenuto a cavallo tra anni ’60 e anni ’70 sul tema del colonialismo e dei suoi lasciti.

Tale dibattito è stato utile per scrostarsi di dosso le mitologie ottocentesche del “fardello dell’Uomo Bianco” e della “missione civilizzatrice”, portando una più realistica rappresentazione dei rapporti tra Europa e “Terzo Mondo”: non i civilizzatori che portano la modernità a genti barbare e nemmeno semplice sfruttamento sistematico da parte dei popoli colonialisti di popolazioni autoctone viste con il filtro del Buon Selvaggio che ha preservato una purezza originaria davanti alla corruzione della modernità, bensì la cooperazione e competizione di una piccola componente della popolazione europea e delle varie leadership africane che strumentalizzavano a fini interni il legame o meno prima con i mercanti europei e poi con le autorità coloniali.


Nel caso italiano la prima colonia italiana, l’Eritrea, era nata grazie a una concessione commerciale della Società Rubattino acquistata poi dallo stato italiano dopo il fallimento della società, o come in Somalia i sultanati cercarono il protettorato italiano in funzione anti-ottomana. È doveroso ricordare come in tutti i paesi europei prima della Prima Guerra Mondiale le avventure coloniali erano sostenute da una esigua minoranza, e un consenso di massa del colonialismo dipende caso per caso.

Accanto a queste letture che aiutarono a sviluppare il dibattito storico, ve ne fu una che sottolineava il fatto che non vi erano stati studi approfonditi sull’uso di armi chimiche da parte dell’esercito italiano durante la guerra contro l’Etiopia del 1935-36: se da un lato i lavori dello storico Del Boca hanno permesso di superare questa pagina cancellata dalla memoria storica italiana, dall’altro sono stati strumentalizzati a fine politico.
Questa strumentalizzazione si rifà al mito della resistenza incompiuta, elemento fondante della cultura politica della sinistra extraparlamentare, che vede nell’Italia repubblicana un paese ancora fascista e che necessita quindi di fare i conti con il suo passato fascista e coloniale espiando le proprie responsabilità e subendone le conseguenze che invece sono state evitate grazie all’allineamento del paese con il blocco occidentale, individuando nell’atteggiamento improntato al “italiani brava gente” la prova più evidente di questo atteggiamento benevolo verso il passato coloniale. Questa visione si infrange tuttavia con la condotta dell’Italia repubblicana dopo la seconda guerra mondiale: il paese è stato infatti vicino ai paesi del terzo mondo, basta pensare alla posizione filoaraba tenuta nel conflitto israelo-palestinese, e ne ha portato avanti e tutelato le istanze nel consesso delle potenze occidentali, non senza conseguenze. Ad esempio, Enrico Mattei e l’Eni con i loro accordi favorevoli ai paesi produttori di petrolio rappresentarono una spina nel fianco nel cartello delle sette sorelle, una sfida che, probabilmente, Mattei ha pagato con la vita.


Alcuni italiani si sono macchiati di crimini per i quali non sono stati puniti, tuttavia il paese ripagato le sue ex colonie molto più di quanto avrebbe potuto fare l’impiccagione di qualche funzionario coloniale, senza contare che non mancano eccidi e crimini contro italiani non risarciti in alcun modo, come quello di Mogadiscio nel 1960 o l’espulsione della comunità italiana in Libia e l’esproprio dei suoi beni nel 1971: con il trattato di pace di Parigi del 1947 l’Italia ha pagato le sue riparazioni per la guerra in Etiopia senza contare la restituzione dell’Obelisco di Axum; con l’ottenimento dell’amministrazione fiduciaria in Somalia l’Italia ha contribuito alla costruzione di uno stato moderno sostenendo economicamente un paese povero di risorse già dal periodo coloniale e ha sostenuto la lotta per l’autodeterminazione del popolo eritreo quando era sottoposto a occupazione etiope. Con la Libia si ha avuto un esempio di come l’Italia, a differenza di quanto questi terzomondisti da salotto sostengono, si è mostrata l’ex potenza coloniale che non solo non fa del suo passato un motivo di autoflagellazione ma di opportunità di riparare i torti commessi: il trattato di amicizia del 2008 con la Libia riconosceva i massacri compiuti contro i Senussiti in Cirenaica e predisponeva riparazioni da pagare alla Libia.


Tuttavia, tutti questi aspetti vengono ignorati da quelli che sono i peggiori scarti prodotti dalla cultura della sinistra extraparlamentare: vista la fine del sogno socialista con la dissoluzione dell’Unione Sovietica e del blocco orientale, gli eredi di queste posizioni hanno trovato modo di riconvertire l’utopia socialista nell’utopia multiculturale, cercando di tracciare un nesso tra colonialismo e opposizione al multiculturalismo, una involuzione e degenerazione imbarazzante. Se questa retorica può attecchire dove obiettivamente vi sono delle questioni insolute, in Italia sono pretestuose e palesemente fuori luogo. La verità è che il passato coloniale viene ritenuto insoluto perché non hanno altro strumento capace di portare una forma di legittimità alle loro pretese: il senso di colpa vuole essere strumentalizzato per imporre l’elevazione di nuovi eroi e simboli che devono ergersi su quelli del passato coloniale con l’intento di realizzare quella “resistenza incompiuta” non riuscita in nome del comunismo. L’Italia non deve fare i conti con il suo passato, ha mostrato ampiamente che i conti li ha saldati senza aver bisogno di cavalcare movimenti e istanze che sono il prodotto di contesti sociali e politici diversi dal suo.
Però deve sì fare i conti con qualcosa, ma non è il suo passato colonialista, bensì con coloro che non hanno fatto i conti con il proprio di passato: un’area politico-culturale incapace di reagire al crollo dell’utopia comunista, attaccata disperatamente agli scritti di Franz Fanon e degli intersezionalisti militanti, che inconsciamente e ironicamente riproduce gli schemi mentali ottocenteschi e colonialisti. Cosa c’è di più colonialista nel ritenersi una minoranza eletta volta a salvare popoli oppressi dalla barbarie? Non è frutto di una mentalità coloniale quello di voler civilizzare i popoli europei, ritenuti in quanto bianchi connaturalmente razzisti, a una presunta “diversity”?


Davanti a questi fanatici non si deve cedere di un millimetro: non solo chi proviene da aree politiche da aree diverse dalla loro, ma anche chi proviene dalla medesima area politica ed ha a cuore la società multiculturale deve opporsi. Assecondando queste strumentalizzazioni, operazioni meramente esteriori che non toccano i nodi alla base della tensione sociale, si porranno le basi non di una società multiculturale, ma di una società segregata in miriadi di “tribù” classificate diversamente e arbitrariamente in nome del loro livello di presunta “oppressione”, la quale, al minimo momento di crisi economica o tensione sociale, collasserà rovinosamente e a quel punto conterà veramente poco se una strada sarà intitolata a Baldiserra o a Nelson Mandela.

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