La buona battaglia di Tesei e Pillon

di Manuel Berardinucci

Quando Matteo Salvini iniziò a sventolare rosari e crocifissi io fui tra i pochi a non scandalizzarsi ed anzi, al contrario, sperai che riuscisse a sostanziare quella simbologia in un passaggio dal sovranismo nazionale ed economico ad un autentico Cattolicesimo (più sul modello del partito polacco Diritto e Giustizia che non della Democrazia Cristiana). Il passaggio non si è compiuto, la Lega resta un partito estremamente eterogeneo, eppure due esponenti di spicco del Carroccio, la Governatrice Donatella Tesei e il Senatore Pillon, sono travolti dalle critiche, tanto dall’ala progressista quanto da quella liberale, per due buone battaglie cattoliche e di buon senso, la cui unica colpa è di non essere abbastanza incisive. La Tesei è stata accusata di oscurantismo, di voler violare i diritti delle donne e di compiere pericolosi passi indietro nella storia della Civiltà occidentale. Accuse false e che, se fossero veritiere, non costituirebbero altro che un onore al merito per la Governatrice. L’aborto, infatti, è tutt’altro che un diritto, benché la legge disponga in questo modo. Quando si parla di aborto, ci si trova, spesso, innanzi ad argomentazioni come: “E’ una questione che riguarda esclusivamente il corpo della donna e dunque la scelta ultima spetta sempre a lei. E prima di tre settimane non c’è vita”: E’ un modo apparentemente nobile di condurre la causa abortista, ma nasconde un’impurità di fondo e cioè ignora, in malafede o per convinzione ideologica, la presenza di un soggetto altro rispetto al corpo al femminile, che è la vita in esso depositata. Risponderanno i fedeli dell’unica religione riconosciuta nell’Occidente odierno, quella nella scienza, che prima di un congruo numero di settimane non si può parlare di essere vivente. Senza considerare che le opinioni, sia a livello di dibattito scientifico che comune sono discordanti su questo, ricordo sommessamente ai lettori che eliminando l’embrione, si stronca la possibilità che esso si trasformi in vita, dunque l’atto si aggrava rispetto all’omicidio. Non ci si limita a decretare chi può vivere e chi no, ma addirittura ci si eleva ad uno stadio quasi divino, dall’altezza del quale è possibile scegliere quali vite potranno sorgere e quali invece, non avranno la grazia di esser parte di questo mondo, ma solo di quella schiera celeste di mai nati. Dati alla mano, ciò che sappiamo con certezza è che la prima e fondamentale identità genetica dell’individuo si forma nel momento della fusione di due gameti. Ciò che rende unico ogni individuo, ha origine in quel preciso momento. Voler convintamente sostenere che è da considerarsi vita solo ciò che ad essa noi associamo per abitudine e cioè una forma umanoide non tiene conto dell’unicità del destino individuale, che ha origine proprio con la formazione della sua identità genetica. Possiamo dunque, non considerare vita, ma un mero “ammasso di cellule”, qualcosa che ha già un destino genetico?

Al netto di tutte queste considerazioni personali, resta il fatto, reale ed incontrovertibile, che la governatrice umbra non ha in alcun modo posto limiti alla pratica abortiva, non essendo tale prerogativa nelle mani delle Regioni, si è limitata, invece, alla tutela sanitaria proprio delle donne che desiderano porre fine ad una gravidanza. In fondo non ha fatto altro che applicare le linee guida del ministero della Salute, che prevedono la somministrazione della pillola abortiva RU486 in ospedale, ponendo fine a quella pratica, introdotta dal centrosinistra umbro nel 2018, definita di “day hospital”, che consentiva di abortire comodamente da casa. Un modo per “banalizzare il male”, renderlo domestico, scavalcare i tempi ospedalieri in nome della morte ed evitare anche l’impiccio di incorrere in qualche obiettore di coscienza. Ma neanche queste sono le motivazioni avanzate dalla Tesei, che pur sarebbero giuste, la quale invece risponde: “Ci sono state anche donne che dopo aver assunto la pillola abortiva a casa hanno avuto la necessità del ricovero ospedaliero. Nessuno vieta l’uso della Ru486, vogliamo solo che avvenga in sicurezza”.

Ma persino una battaglia compiuta nel nome della salute delle madri, e non per la tutela della vita concepita, è inaccettabile agli occhi di liberali e progressisti, se pone un piccolo rallentamento alla grande macchina della morte.

L’altra vittima del Modernismo imperante è il Senatore leghista Pillon, al quale è stata augurata perfino la morte in questi giorni, senza che ciò abbia scatenato grandi levate di scudi da parte di quelli che di mestiere “combattono l’odio”.  Anche in questo caso, accuse false e diffamanti, persone a destra e sinistra che temono di non poter più soddisfare i propri istinti innanzi ad un tablet. Tutt’altro. La proposta del Senatore ha come unico e preciso scopo quello di tutelare i minori da immagini e video che potrebbero turbarne la serenità e l’innocenza, consegnando ad essi, sin da giovanissimi, un’idea malsana dei rapporti sessuali. L’emendamento richiede semplicemente l’obbligo per i fornitori di telefonini, tablet, laptop e tv di preinstallare gratuitamente sugli apparati un filtro per bloccare contenuti violenti, pornografici o inadeguati per i minori. Il parental control sarebbe disattivabile solo da un adulto, dunque non temete, nel caso in cui divenisse legge, potreste comunque insozzare la psiche dei vostri figli, ma assumendovene la responsabilità piena.

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