La nozione di anima tra antico e moderno

di Filippo Pelucchi e Danilo Delle Fave.

PARTE I: UN BREVE EXCURSUS TRA PLATONE, ARISTOTELE E CARTESIO (a cura di Filippo Pelucchi)

Nel corso della vostra vita vi sarà sicuramente capitato di imbattervi nella nozione di “anima”, magari in una conversazione tra amici oppure a qualche conferenza, o ancora a scuola, a teatro. Tale nozione viene considerata il più delle volte in riferimento ad una persona, un’entità spirituale, oppure un soggetto (che siamo noi, il nostro Io). Questo è ciò che ci viene in mente quando pensiamo intuitivamente al concetto di anima, almeno per come ci è stato trasmesso ed insegnato. Tuttavia, nel corso dei secoli tale nozione ha subito dei continui mutamenti ed è stata analizzata fin dagli albori della filosofia e della scienza come qualcosa di diverso, come un fenomeno molto particolare da trattare con cura. Tra i primi ad occuparsene in maniera sistematica (ma non i primi in assoluto) furono a tal proposito due filosofi dell’antica Grecia che sono considerati ad oggi i più influenti pensatori all’interno del panorama filosofico: Platone (428-347 a.C.) ed Aristotele (385-323 a.C.). È bene precisare che sebbene il secondo sia stato allievo del primo ed abbia ereditato diversi aspetti del suo pensiero, vi è divergenza tra i due pensatori su quali siano le funzioni dell’anima, di che cosa sia fatta e come stia in rapporto all’uomo e il suo corpo. Vediamo ora che cosa pensasse a riguardo Platone del concetto di anima, che ritroviamo soprattutto nel Fedro e nel Fedone.

L’ANIMA IN PLATONE: TRE PARTI, UN’UNICA META

Per Platone, l’uomo non è costituito semplicemente dal suo corpo ma anche da un’anima, che secondo lui è altro rispetto al corpo ed è immortale. L’uomo è essenzialmente la sua anima, che è da considerare come la sede dell’intelletto e della coscienza umana, come il luogo da cui scaturisce una decisione in campo morale. Essa è (Fedone 65a-67b) l’organo grazie a cui l’uomo può comprendere la realtà intellegibile e immateriale, che per Platone corrisponde all’Iperuranio, ossia il luogo dove risiedono le Idee. Tuttavia, l’anima può ritornare nel suo luogo d’appartenenza, vale a dire lo stesso Iperuranio, soltanto dopo la morte e una volta che si sarà staccata dal corpo, il quale nella visione platonica viene considerato come una prigione, come una costrizione per l’anima. Quest’ultima non è però da considerare anch’essa come un’idea, poiché lo stesso Platone sostiene sempre nel Fedone che è libera di decidere, autonoma, e se fosse un’idea non potrebbe esercitare tale capacità a pieno.

Inoltre, l’autore crede che si possa dividere l’anima in tre caratteri, tre parti fondamentali: si parla infatti di anima “concupiscibile”, “animosa” e “razionale”. Il primo tratto sta ad indicare quello materiale, il fatto che l’anima sia rivolta a cose concrete e tangibili, con riferimento anche a bisogni fisiologici come la fame e la sete: viene ricalcata dunque la sua funzione sensibile, materiale, senza che essa abbia una connotazione necessariamente negativa. Il secondo tratto (quello animoso) corrisponde invece ad un impulso interiore che ci spinge verso una cosa piuttosto che un’altra, un impulso che non è comunque riducibile ad un semplice bisogno fisico, come poteva accadere per il tratto concupiscibile. L’ultimo tratto dell’anima è quello razionale, il quale ha il compito di portare l’uomo i ragionamenti e di guidarlo verso scelte logiche e sensate.

Platone, per spiegare la superiorità della parte razionale dell’anima sulle altre due, utilizza un mito che viene riportato all’interno del Fedro (246a-b), ossia quello della biga alata: infatti l’anima è in viaggio verso l’Iperuranio ed è guidata da un cocchio (che rappresenta la parte razionale) condotto da due cavalli, uno imbizzarrito ed uno docile, che simboleggiano rispettivamente la parte concupiscibile e quella animosa. Uno dei due cavalli (quello che rappresenta la parte concupiscibile) spinge il cocchio costantemente verso il basso, dal momento che l’animale preferisce il mondo materiale e sensibile in cui risiedono gli uomini, e sta alla parte razionale e a quella animosa (dunque al cocchio, con l’aiuto dell’altro cavallo) tenerlo su in cielo ed evitare che cada in terra.

ARISTOTELE E IL DE ANIMA: LA DIFFERENZA RISPETTO A PLATONE

Aristotele parla dell’anima all’interno del suo trattato “De Anima”, e come per il maestro Platone è immortale, ma con un’importante differenza: se il maestro dello Stagirita definiva l’anima come essenzialmente altro rispetto al corpo, per Aristotele l’anima è la forma del corpo ed è strettamente connessa a quest’ultimo. Con ciò si intende dire che l’anima è la caratteristica che rende un oggetto quello che è. Ad esempio, nel caso di una sfera di marmo, la sua forma è la sfera stessa, mentre il marmo è la materia di quell’oggetto. Per l’uomo funziona dunque così: il corpo è la materia e la forma corrisponde all’anima. Aristotele afferma inoltre che l’anima ha la capacità di portare un corpo organico da uno stato in potenza ad uno in atto: il corpo ha in sé la potenza, la capacità di essere vivo, ma necessità dell’anima perché possa dirsi vivo in atto (ossia una volta per tutte).

Ma quali sono le funzioni dell’anima? Aristotele ne individua tre: quella vegetativa, quella sensitiva e infine quella intellettiva. La prima corrisponde alla capacità di nutrirsi e di riprodursi e secondo il filosofo greco è presente anche nelle piante e negli animali. La seconda, ossia quella sensitiva, comprende la sensibilità e il movimento ed è propria degli animali e dell’uomo (non è dunque presente nel mondo vegetale). In ultimo vi è la parte intellettiva, che è propria dell’uomo e che si divide in due categorie, vale a dire in intelletto attivo e intelletto passivo. Quello passivo astrae dai dati sensibili (dall’esperienza) i concetti universali (se vogliamo intenderli in senso ampio, le idee), mentre quello attivo ha la funzione di “illuminare”, di far passare in atto le idee elaborate dall’intelletto passivo, esattamente come fa la luce sui colori nell’oscurità, che a quel punto divengono visibili all’uomo.

UN SALTO DI QUALCHE SECOLO: LA RES COGITANS CARTESIANA

Il filosofo francese René Descartes, italianizzato come Cartesio (1596-1650), come Platone credeva che l’anima fosse interamente distinta dal corpo. All’interno delle sue Meditazioni Metafisiche, Cartesio vuole giungere ad una certezza assoluta, qualcosa di cui non può assolutamente dubitare e su cui possa fare pieno affidamento. Inizia dunque nelle prime meditazioni (in tutto sono sei) a dubitare di ciò vede davanti a sé , fino ad arrivare a dubitare perfino dell’esistenza del mondo esterno. Tuttavia, afferma Cartesio, se anche dovesse esistere un genio maligno che ci inganna e che ci fa vedere una realtà che non esiste, ciò non è sufficiente a farci dubitare del fatto che dobbiamo esistere. Perché? Dal momento che per essere ingannati dobbiamo esistere, segue che noi esistiamo necessariamente. Non può darsi il caso che tale genio maligno esista, che ci inganni e che tuttavia noi non siamo lì presenti, consci del fatto che stiamo venendo ingannati. In seguito alla sublime formulazione del Cogito (“Cogito ergo sum”, ossia “Penso, dunque sono”) , il filosofo porta un argomento per dimostrare che l’anima è diversa dal corpo. Cartesio infatti sostiene che il nostro corpo corrisponda ad una “res extensa”, ossia ad una “cosa estesa” (estesa nello spazio e nel tempo, misurabile), mentre la mente non lo è, ma viene definita come “res cogitans”, ossia come una “cosa che pensa” dotata di pensiero e di linguaggio, due attributi che non possiede nessun altro oggetto del nostro mondo.

In seguito, il filosofo porta il seguente argomento, per mostrare che la mente è diversa dal corpo: dal momento che posso immaginare in maniera chiara e distinta che la mia mente possa esistere senza il corpo, allora segue che la mente è divisibile dal corpo. Dunque mente e corpo sono due sostanze diverse, perché posso dubitare del mio corpo ma non della mia mente. Così come i corpi sono estesi e la mente non lo è, così posso dubitare del mio corpo ma non della mia mente.

PARTE II: L’ANIMA NEL MONDO DELLA TECNICA (a cura di Koios)

Per sintetizzare la complessa dinamica attorno alla evoluzione del concetto di anima, è fondamentale considerare i due movimenti che stravolsero l’idea di anima: il positivismo e il freudismo.

Il positivismo è quella corrente filosofica fondata da Auguste Comte nell’800 e si fonda sulla superiorità della ragione quale strumento per comprendere la realtà grazie al metodo scientifico: quest’ottica esclude perciò ogni elemento che trascende la materia, e nel caso dell’uomo, la sua componente biologica. L’anima deve essere quindi il nome errato che si dà ai processi biologici interni all’uomo, processi che devono essere sviscerati attraverso una disciplina scientifica a essa dedicata, la psicologia. Con la “biologizizzazione” dell’anima si pongono quindi i presupposti degli studi del fondatore della psicanalisi Sigmund Freud: egli teorizza un sistema idraulico dietro il funzionamento della psiche che metaforizza nella triade Es, Io e Super-Io, spianando la strada a una visione dell’anima (o psiche) non unitaria ma frammentata, in continua trasformazione e rigorosamente non trascendente. Tutto questo nonostante tale visione sia stata poi messa in discussione dai suoi allievi, in primis Carl Jung, che concepisce invece forme trascendenti alla realtà biologica.

Il progresso degli studi medici e della neurologia ha proseguito su questa via portando più dubbi che risposte. Se è innegabile il ruolo dei geni e dei processi molecolari interni al cervello, con l’identificazione di specifiche aree legate a sentimenti, percezione del dolore eccetera, tuttavia non si conosce precisamente né il funzionamento interno, né dove risiede la coscienza, la sede della identità della persona/della sua anima. Se è un fenomeno biologico come professano gli scienziati, allora dovrebbe essere identificabile un’area o un tipo di attività cerebrale che permetta di mostrare con certezze se, ad esempio, la persona è cosciente o meno. Dagli eventuali sviluppi in questo campo dipende anche la sopravvivenza non solo del concetto di anima ma anche di personalità individuale. Infatti, se la coscienza è una serie di reazioni chimiche nel cervello, questo implica che potrebbero essere riproducibili e dunque che si assisterebbe alla riproduzione di una coscienza potenzialmente illimitata, col conseguente venir meno l’idea stessa che l’anima/coscienza sia unica e inimitabile. Ciò potrebbe aprire scenari inediti per l’etica e la filosofia stessa.

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