Riflessioni sulla metafisica dell’«uno a sé stesso» e sull’essere politico

di Luca Coppo

Il vento della metafisica del nostro tempo pare agitarsi verso la preghiera dell’uno a sé stesso, e in questo panorama alcune realtà che richiedono un legame tra più individui o cambiano natura, e cambiando natura diventano altro o scompaiono.
Con l’espressione «preghiera dell’uno a sé stesso» si intende il singolo individuo, il quale cammina nel mondo avendo come destinazione sé stesso, cioè concepisce sé in relazione a sé stesso. In questa ripetizione del «sé stesso» determinante è la nozione di tempo presente e l’eliminazione del tempo passato.
Non è individualismo, ma la sua evoluzione poiché è considerarsi autore e proprietario della propria vita, ciò che sono lo decido io in quanto solo io ho il potere su di me.

Il dramma di credere in tale metafisica è porre l’individuo al centro del cerchio d’importanza ma, letteralmente, spegnerlo poiché l’individuo «uno a sé stesso» non conoscerà trascendenza, ovvero non avrà relazione con ciò che è più alto di lui in quanto non saprà — non si tratta di volontà — riconoscerlo. È solo questa trascendenza che permette all’individuo di accendersi.

Ma, che cosa è più alto di me? Quali sono le realtà che mi eccedono? È tutto ciò che mi permette di essere più di quanto sono fisicamente. E nel dire ciò, ovviamente, intendo anche il tempo in cui sono fisicamente — e materialmente. Io sono Luca perché ho un determinato naso e occhi, una certa bocca e dei capelli biondi castano che mi differenzino dagli altri, e in ciò non c’è trascendenza poiché è l’immanenza più pura.

Avere relazione con ciò che è più alto di me è riconoscere la trascendenza, cioè ammettere di essere Luca poiché cristiano, italiano, nato in una specifica famiglia, in una specifica civiltà. Dire «io sono italiano» non equivale solamente all’essere nati in Italia, ma nel comprendere che non ci possono essere altre alternative, o sono italiano o non sono.

E, allo stesso modo, dicendo «io sono italiano» intendo dire che tra me e Garibaldi, o tra me e il soldato italiano in trincea, ci unisce qualcosa che rende me e lui uguali, qualcosa che nemmeno il tempo può separare. È la consapevolezza che rende noi stessi più di ciò che siamo. L’uomo dell’«uno a sé stesso» è come la più pregiata candela che non si accende perché non trova il fuoco, cessando di essere una candela.

Ora, in tale metafisica dell’ «uno a sé stesso» una delle realtà necessarie all’uomo come la politica perde di trascendenza e così cessa di essere politica.


Essa non è solo gestione, decisione, organizzazione e amministrazione come
oggi sembra essere (anche l’economia può gestire, organizzare e amministrare).
È forza di volontà, dedizione, passione ed emozione.

È un agire prima di tutto irrazionale, che accende la persona e le fornisce una direzione.
In mancanza di tale presupposto irrazionale l’aspetto razionale — gestione, decisione, organizzazione e amministrazione — non può esistere. In altri termini, senza unità nazionale non si può governare decentemente e degnamente.

Non può essere un ponte a fare l’Italia, oppure non può essere un ponte ad essere
modello del grande paese: è solo una determinata persona, e la sua idea e il suo operato, con il consenso del popolo che può e deve condurre un paese al suo destino. Un politico dovrebbe chiedersi, alla fine del suo mandato, non quanti ponti o strade ha realizzato, o quante promesse ha mantenuto, ma se la sua opera è stata degna del suo paese. Se, da condottiero, ha guidato per la volontà e la grandezza il suo popolo. Il termine condottiero intende colui che conduce, e non deve significare nessuna concordanza con la dittatura anche se il termine adoperato era quello. Condurre, dove? Con amore e libertà all’unità nazionale.


Il disincanto della politica vede la sua fonte nella tecnica e nell’economia, le quali agiscono incontrastate nel pensiero dell’ «uno a sé stesso» dove vige la razionalità come unico fattore. Anche la tecnica può governare e l’economia pure, dunque non è questa la caratteristica principale dell’essere politico.


Quest’ultimo è spirito di volontà e di grandezza, è il fuoco che illumina il popolo attorno ad esso: esiste quando il popolo riconosce la trascendenza, ciò che è più alto di lui.


L’essere politico è, dunque, l’esserci di un popolo il quale senza tale necessità sarebbe un insieme di individui che vagano senza meta, un non-popolo. Essere presenti nella storia e per la storia. La nozione di destino è illuminante poiché un gruppo di uomini che si converte in un popolo da vita ad una destinazione tramite uno stare fisso nella sua terra, dove costruisce il suo ordinamento.


Insomma, l’essere politico è una necessità del popolo per vivere nel mondo, è ciò che permette al popolo di essere più di quanto egli è. È spirito della sua propria esistenza.

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