Contro la retorica dello scontro di civiltà: non assecondiamo le velleità del sultano

di Al Redai

La recente decisione turca di riconvertire Hagia Sophia come moschea è stata uno shock per gran parte della stampa europea, lo stupore è figlio della scarsa conoscenza della politica interna turca, che viene filtrata secondo schemi orientalisti, vuoi attraverso l’idea di un mondo totalmente occidentalizzato che è sprofondato nella barbarie islamista, vuoi con l’idea del sultano Erdogan che vuole restaurare l’impero ottomano.
La realtà è che la polemica interna alla Turchia attorno a Hagia Sophia è stata sempre molto accesa e anche oggi non sono tutti favorevoli a questo tipo di deriva da parte del governo.

Ciò è dovuto al fatto che Mustafa Kemal Pascià, Ataturk, come uno dei suoi ultimi atti politici nel 1934 approvò la trasformazione di Hagia Sophia in un museo, come culmine della sua politica di laicizzazione e modernizzazione del paese. Il kemalismo crede nella possibilità di attuare una completa occidentalizzazione di società non occidentali, processo considerato auspicabile e necessario. Ataturk anche nei circoli nazionalisti viene considerato il padre della nazione e attacchi verso la sua figura non sono tollerati tanto a destra quanto a sinistra dello scenario politico turco.

Tale decisione è stata oggetto di critiche radicali da parte delle frange islamiste già all’epoca, ma venne accettata dalla maggioranza della popolazione musulmana. I gruppi islamisti perciò hanno tentato di delegittimare tale azione di Ataturk non attaccandolo direttamente ma mettendo in giro la voce che la firma sull’atto che trasformava Hagia sophia da moschea a museo era stata falsificata.
Il presidente turco Erdogan e il suo partito l’Akp hanno perciò tentato di screditare per quanto possibile la figura di Ataturk e di plasmare la società turca in ottica confessionale, obiettivo dei partiti islamisti turchi fin dal secondo dopoguerra. Con gli anni ’90 e 2000 e l’ascesa dell’Akp attuale partito di governo, i gruppi islamisti riuscirono infine a ottenere di pregare nel cortile di Hagia Sophia: la sua trasformazione in moschea rappresenta il coronamento della loro azione di agenda setting attraverso l’Akp, un partito che ha fatto del confessionalismo islamico, della lotta al laicismo la sua bandiera, ed è in fondo lo specchio di quella classe media turca conservatrice che ha fatto la sua fortuna negli anni ’80 ed è espressione primariamente delle realtà provinciali. Le modalità in cui avverrà la riconversione saranno non meno rilevanti di questa possibilità da parte del governo di portare avanti la riconversione, considerati gli obblighi presi dalla Turchia in quanto parte dell’UNESCO: decisioni radicali rischierebbero di comportare la sospensione se non la cacciata della Turchia dall’organizzazione, con gli inevitabili contraccolpi sul piano del settore turistico, settore importante per l’economia turca.

Qualora il governo turco decidesse di proseguire sulla sua strada tuttavia la nostra stampa non dovrebbe descriverlo come l’atto di un governo islamico che si riappropria degli spazi del laicismo: l’Akp infatti non ha mai tentato realmente di sradicare direttamente kemalismo, viste anche le forti resistenze dei nazionalisti suoi alleati di governo, quanto svuotarlo di senso puntando a un nazionalismo esasperato e all’esaltazione di ciò che sono i simboli della Turchia, islamici e non. Ciò che vuole far percepire al resto del mondo islamico è un modello islamista di successo, simile all’Iran khomeinista per il grado di intervento della religione sulla sfera politica, screditando sia le forme di modernismo islamico di Giordania ed Egitto, sia le forme tradizionali dei paesi del golfo e del Marocco, sia di occidentalizzazione come la stessa Turchia pre-Akp. Se si osserva infatti la politica estera turca attuale si vedrà non il “neo-ottomanismo”, teorizzato da Ahmed Davutoglu nel 2001 con il suo libro Profondità Strategica e realizzato nel primo decennio del secondo millennio, ma un paese economicamente fragile, con una bilancia finanziaria pericolosamente dipendente da capitali stranieri, una inflazione galoppante e a doppia cifra, una disoccupazione intorno al 10% e quella giovanile al 20%. Alla luce della recente sconfitta nelle elezioni amministrative, dove a perso sue roccaforti elettorali come Istanbul, nonostante le repressioni e le purghe filogovernative dopo il fallito golpe, e della scissione di parte dell’Akp, appare evidente che la politica estera iperinterventista e il ricorso alle tematiche care agli islamisti, come la riconversione di Hagia Sophia, non è frutto di uno studiato piano egemonico, ma l’improvvisazione e l’avventurismo di un politico che cerca di fermare l’emorragia di consensi ricorrendo a temi che distraggano dalla pessima gestione economica, dalla disoccupazione, dallo sperpero di risorse statali in un avventurismo in politica estera che ha portato il paese solo a impantanarsi in una miriade di fronti e a subire nel mondo islamico stesso un isolamento, se si esclude il Qatar altro paria del mondo islamico.

Il disegno neo-ottomano infatti era molto più sottile e mirava a far diventare la Turchia il paese cardine degli equilibri mediorientali: il suo teorico e poi esecutore da ministro degli esteri fino alla sua caduta in disgrazia, vedeva la Turchia come un potenziale attore globale in quanto erede dell’Impero ottomano. Ciò doveva essere consentito attraverso il peso della propria forza economica, con il conseguente ingresso e/o special relationship in termini economici con l’Unione Europea, e attraverso il proprio modello socio-politico, di paese islamico modernista in antitesi sia al khomeinsimo iraniano, sia alle vecchie monarchie del golfo, sia all’estremismo jihadista, consentendo la nascita di una Pax ottomanica in Medioriente. Per ottenere questa pax ottomanica era necessario fungere da elemento stabilizzatore della regione e diventare l’interlocutore principale delle grandi potenze, Usa e Cina in primis: ciò sarebbe stato possibile adottando la politica dei “problemi zero” ossia evitare frizioni coi paesi confinanti e trovare una soluzione ai conflitti in corso, all’epoca il conflitto israelo-palestinese e gli strascichi della guerra civile in Somalia. Osservando l’attuale situazione turca si assiste invece a una situazione di tutt’altra natura: la Turchia ha agito come fattore di destabilizzazione, basti pensare al pesante interventismo in Siria, ed è sempre più isolata a livello internazionale. Erdogan non sta proseguendo ormai il disegno di Davutoglu, tra l’altro fuoriuscito dall’Akp insieme ad altri dissidenti, ma una politica di interventismo all’estero per sopperire ai fallimenti interni: la riconversione di Hagia Sophia non sarebbe quindi il gesto di un leader vincente che sugella con essa la sua vittoria, ma un politico alla disperata ricerca di un recupero di consensi anche a costo di esporre la Turchia su una miriade di fronti, la Libia, la Siria, i Balcani, la Somalia, le provocazioni con la Grecia, senza avere i mezzi per portare a una stabilizzazione definitiva in nessuno di essi.

Ridurre il gesto di Erdogan allo scontro tra mondo islamico e quello cristiano è un errore madornale: in primis si riconoscerebbe a Erdogan e al suo governo una autorità che non nutre nel mondo musulmano. La principale autorità religiosa è infatti l’università Al Azhar egiziana, senza contare che si rischierebbe di appiattire anche il mondo sciita a una diatriba tutta interna ai paesi sunniti. Gli islamisti turchi desiderano riappropriarsi attraverso queste mosse simboliche come la riconversione di Hagia Sophia, ristabilire il primato che possedeva il vecchio califfato ottomano sul mondo islamico, tali ambizioni sono di matrice più nazionale che religiosa. Infatti, fin dai tempi dell’impero ottomano, i paesi arabi hanno sempre osteggiato i tentativi di egemonizzare il mondo islamico da parte dei turchi: non a caso nella prima guerra mondiale quando il sultano in qualità di califfo proclamò la jihad contro l’intesa gli arabi seppur musulmani si schierarono con l’Intesa e in particolare con i britannici per ottenere la fine del dominio ottomano sulle loro terre. Il governo turco prova perciò a sopperire alla debolezza interna soffiando sul fuoco del nazionalismo, e tale deve essere considerato sia quando fa le missioni all’estero, sia quando finanzia le moschee in Europa, sia quando riconverte Hagia Sophia. È necessario quindi distinguere i due piani di riflessione, quello della politica di uno stato come quello turco che si trova in un processo di smantellamento del laicismo e a un uso strumentale della religione all’interno dei suoi rapporti con l’occidente e il mondo islamico da quello del rapporto interconfessionale e tra Europa e mondo islamico che deve essere considerato nelle sue sfaccettature e non essere considerato un monolite e di certo non di esclusiva competenza di singoli paesi o realtà politiche

Certamente il suo gesto non può non portare a una riflessione nel mondo cristiano e occidentale sul proprio rapporto con gli altri popoli: l’iconoclastia e l’odio verso la propria storia in occidente vedono come risposte in altre aree del mondo a una idolatria del passato e anzi a tentativi di restaurazione. Se a questo si aggiunge la persistenza del mito multiculturalista si pongono le basi per il riesplodere di conflitti interconfessionali che sembravano un ricordo lontano del Secolo di ferro.

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