Non si tratta solo di una chiesa: i risvolti geopolitica della conversione di Santa Sofia

di Leonardo Rivalenti

La decisione del Presidente Turco Recep Tayyip Erdogan di trasformare la Basilica di Santa Sofia in moschea, che ha ricevuto proprio il 9 Luglio la benedizione del Consiglio di Stato Turco, ha portato a un’onda di disapprovazione globale che ha visto sullo stesso fronte tutte le principali autorità occidentali, dal Papa a Vladimir Putin, fino a Donald Trump. Mentre pochi e poco informati hanno preso le difese dello Stato Turco, sostenendone il diritto di convertire il museo in moschea in virtù della propria sovranità nazionale, la condanna è stata di gran lunga più diffusa, anche se per ragioni diverse. Sotto una prospettiva geopolitica, tuttavia, tale atto ha un significato molto specifico e porta delle importanti conseguenze, che cercheremo di analizzare qui.

La Basilica di Santa Sofia

In primo luogo occorre conoscere la storia della Basilica di Santa Sofia. Questa viene infatti edificata tra il 532 e il 537 sotto il Regno di Giustiniano I, Imperatore Romano d’Oriente. Da allora, pur essendo, a seguito dello Scisma d’Oriente del 1054 passata alla Chiesa Ortodossa Bizantina, rimase uno dei massimi simboli della cristianità. Tale condizione la poté mantenere fino al 1453, anno in cui, a seguito della caduta di Costantinopoli in mano agli Ottomani, venne convertita in Moschea. Santa Sofia rimase quindi un luogo di culto musulmano fino al 1935, quando il governo repubblicano e nazionalista di Mustafa Kemal Ataturk decise di sconsacrarla e trasformarla in un museo, come parte del suo sforzo di imporre, anche a forza, la secolarizzazione dello Stato e della società Turca.
Bisogna quindi in primo luogo comprendere che la sconsacrazione di Santa Sofia non era avvenuta per renderla un ponte tra l’Oriente e l’Occidente o qualsiasi altro proposito orientato verso la politica estera, ma aveva innanzitutto una funzione di consumo interno. Infatti, per Ataturk si trattava di dare una nuova immagine alla Turchia, non più monarchia teocratica e “Gigante Malato” come era stata durante l’ultimo secolo, ma nazione moderna, secolare, democratica e nazionalista, al pari delle potenze europee. L’AKP, partito di Erdogan affiliato ai Salafiti Fratelli Musulmani, nasce invece a sua volta in contrapposizione al Kemalismo. Il Neo-Sultano e il suo establishment infatti non percepiscono più la Turchia come nazione europea, secolare e democratica, ma invece come guida del mondo islamico sunnita, in un calcolo geopolitico che sicuramente è comprensibile e che in parte può offrire anche maggiori prospettive di potenza ad Ankara.

Come leggere la riconsacrazione di Santa Sofia

Per questo motivo, la riconsacrazione di Santa Sofia deve essere letta in una chiave in primo luogo geopolitica, nonché sempre di consumo interno, nell’ambito della mobilitazione della società turca verso questa nuova ambizione. In altre parole, tale atto sicuramente non rappresenta nessun punto di svolta, checché se ne possa dire, dato che la svolta islamista di Erdogan andrebbe invece fatta risalire come minimo al fallito colpo di Stato dell’Agosto 2016, nonostante i rapporti tra l’AKP e la Fratellanza Islamica fossero anche precedenti a tale evento. Rappresenta tuttavia un punto di consolidazione, di conferma di un processo che ha preso impulso nel 2016, quando il fallito Golpe permise al Sultano di smantellare la cosiddetta Super-NATO, i.e. quello Stato Profondo Turco, composto da militari, imprenditori e membri dell’alta burocrazia, che erano/sono filo-occidentali, promotori del Kemalismo e che costituivano la principale garanzia di fedeltà della Turchia al sistema Euroatlantico, del quale, piaccia o no, il nostro paese fa parte. In sintesi, tale riconsacrazione rappresenta quindi il trionfo dell’Islamismo sul Secolarismo del precedente sistema – e non un trionfo sulla Cristianità come sostenuto dalla destra cattolica, dal momento in cui il Cristianesimo ha ormai cessato da tempo di rappresentare una sfida all’Islam in Anatolia.
Comprese quindi le ragioni di questa riconsacrazione, è ora necessario comprendere perché questa è un affare che riguarda l’Europa ed in particolar modo l’Italia. La risposta breve a questa domanda è assai semplice: perché una Turchia Neo-Ottomana va a ledere direttamente la nostra posizione di potere nel Mediterraneo e anche oltre Suez, nel Corno d’Africa. Di conseguenza è nel nostro interesse osteggiare, frustrare ed umiliare qualsiasi atto, anche simbolico che promuova una ripresa dell’Islam Politico e di un progetto geopolitico Neo-Ottomano.


Il Mediterraneo Centro-Orientale, come è risaputo, costituisce una regione altamente instabile, dove sia apertamente che attraverso tattiche di guerra ibrida, le grandi potenze mondiali e quelle regionali si affrontano per massimizzare il proprio potere e la propria proiezione geopolitica. In ballo vi sono le rotte marittime che collegano l’Europa e l’Estremo Oriente, così come aree, sia in terra che in mare, ricche di risorse naturali, quali i giacimenti di idrocarburi in Libia o nella Zona Economica Esclusiva di Cipro.
In questo contesto, l’Italia si colloca come la potenza marittima ideale, erede, per determinismo geografico, delle ambizioni geopolitiche delle Repubbliche Marinaresche di Genova e Venezia. Infatti, la posizione perfettamente centrale nel Mediterraneo fa del nostro paese la porta d’accesso all’Europa, su cui i traffici provenienti da Africa e Asia dovrebbero essere canalizzati, per poi varcare le Alpi e quindi raggiungere le altre nazioni europee. Tuttavia un commercio fiorente non basta. La potenza di una nazione marittima è data dal saper sfruttare a proprio vantaggio tali rotte commerciali, disponendo di un apparato militare capace di assicurarne la sicurezza e la navigabilità. Per l’Italia, potenza di medio calibro, che naturalmente non può ambire a creare un impero transoceanico, questo principio si traduce invece nella necessità di divenire il principale garante o comunque una potenza prominente nelle acque più vicine e nelle terre da esse bagnate, in altre parole proprio nel Mediterraneo Centro-Orientale e nel Mar Rosso.
Di conseguenza, quando la Turchia decide di riprendere per sé la missione storica dell’Impero Ottomano, quale guida del mondo Sunnita ed in particolare di quelle nazioni Arabe che si affacciano sul Mediterraneo, essa va a sfidare direttamente il nostro paese, i nostri interessi e la nostra posizione di potenza marittima. Vale ricordare che l’Impero Ottomano, proprio in virtù di questa sua mira espansionistica si trasformò nel grande rivale di Venezia e Genova e allo stesso modo, secoli dopo, nei primi del ‘900, quando il Regno d’Italia decise di affermare il proprio potere sulla regione lo fece proprio tramite una guerra e la conquista di territori appartenenti all’ormai morente Impero Ottomano (la Libia e il Dodecaneso).
Specularmente, oggi quando la Turchia, con il suo establishment salafita, decide di provare a riaffermare il proprio potere nel Mediterraneo lo fa venendo principalmente a sottrarre zone di influenza al nostro paese. Ciò è quanto avviene in Libia, dove si è rapidamente trasformata nel principale sostenitore di Serraj, ciò è anche quanto avviene nel Mediterraneo Orientale, dove l’imperialismo turco ai danni di Cipro è venuto a colpire anche l’ENI, che si è vista impedita di condurre delle trivellazioni nel giacimento di gas Afrodite, nonostante esso si trovi nella ZEE Cipriota.


Esposti questi elementi, resta da dire che se la riconsacrazione non rappresenta una svolta decisiva, essa costituisce comunque, per l’Italia e per l’Europa, un campanello d’allarme – che tra l’altro suona ormai da almeno quattro anni. Il messaggio che Ankara lancia al mondo, mediante questo trionfo simbolico sul secolarismo è che è pronta a tornare, dopo quasi un secolo di assenza, a tornare ad essere la guida del mondo Sunnita e a sfidare l’egemonia europea, di cui l’Italia e la Francia sono le principali portabandiera, nel Mediterraneo Orientale. Rifiutare l’identità Kemalista, per la Turchia significa anche rifiutare la funzione geopolitica che ha rivestito durante tutta la Guerra Fredda ed il periodo successivo, di avamposto dell’Occidente nel Vicino Oriente, con capacità di proiezione su tutto il Mondo Islamico.
Bisogna quindi concludere affermando che di fronte alle suddette considerazioni, la riconsacrazione di Santa Sofia deve portare ad una presa d’atto, da parte dell’opinione pubblica e delle autorità sia italiane che europee, del fatto che la Turchia non si possa più considerare come una potenza alleata. Essa si è trasformata a tutti gli effetti in un abile competitore che ambisce a scalzare la nostra già fragile posizione nella nostra sfera di influenza naturale. Non rimane altra alternativa se non quella di accettare questa sconveniente realtà e quindi fare blocco con quelle nazioni che condividono con Roma l’interesse nel contenere la deriva Neo-Ottomana della Turchia (quindi la Grecia, la Giordania, Cipro, l’Egitto, in certa misura Israele e la Francia, tra le principali) per adottare delle politiche più incisive nell’ottenimento di tale obiettivo.

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