Ridiamo valore alle materie umanistiche

di Alessio Moroni

Nel 2020 si fa fatica a smentire chi afferma di vivere in un mondo in cui la tecnologia la fa da padrona: sin dai primi passi della rivoluzione scientifica ha cominciato a delinearsi una svolta che ha premuto l’ acceleratore con l’avvento della rivoluzione industriale, fautrice di innumerevoli cambiamenti nel modo di concepire la produzione e il ritmo di vita.

Internet e i social network sono solo gli ultimi passi in avanti fatti e hanno apportato nuovi cambiamenti all’interno delle nostre abitudini: le distanze si sono accorciate, i confini statali sono stati ‘divorati’ dalla rete che ci ha permesso (e ci permette) di poter colloquiare in pochi secondi anche con un individuo che si trova dall’altra parte del mondo e tutto sta divenendo sempre più globalizzato.

Il coronavirus, tuttavia, ci ha risvegliato dal sogno edonistico secondo cui la scienza sia la panacea di tutti i mali: prescindendo dalle gravissime negligenze dello Stato cinese nel denunciare in tempo la diffusione del virus all’interno del proprio range territoriale, è stato avvilente – e aggiungerei pericoloso – assistere alle varie organizzazioni scientifiche che, quotidianamente, diffondevano nuovi appelli per spiegare come affrontare la pandemia, andando a contraddire anche i propri appelli fatti pochi giorni prima. Il risultato di questa combinazione di idee confuse e di pessima comunicazione ha generato ancor più confusione da parte del cittadino medio che, inerme, ha dovuto assistere ad uno spettacolo mediocre che ha fatto risalire a galla i rischi che si corrono nel tendere la mano in maniera assolutista verso la scienza.

Vi è una parola che può servire da punto di svolta per uscire da questa degenerazione: il ragionamento. Il mondo occidentale, ed in particolare l’Italia e la Grecia, sono l’architrave del pensiero classico che ha fondato le proprie basi culturali sulla conoscenza, sul sapere, sviluppando ed affinando discipline come la filosofia. E’ inutile dilungarmi sugli autori che tutti noi abbiamo studiato durante il nostro percorso di studi ma ancor oggi ritengo che essi siano fondamentali per poter approfondire ciò che siamo ed il nostro scopo all’interno di questo mondo. Eppure tutto questo, negli ultimi decenni è stato fortemente messo in discussione: centinaia di articoli hanno continuamente gettato sfiducia nello studio delle materie umanistiche, ritenute poco spendibili all’interno di un mondo lavorativo a dispetto di materie come matematica o fisica. Molte delle incapacità degli italiani nel trovare un’occupazione di medio-alto livello sono state imputate alle scelte dei percorsi di studi, non a chi, invece, ha colpevolmente smesso di investire sul mondo culturale del nostro Paese, andando a disperdere il patrimonio valoriale, artistico e spirituale che la nostra terra ha da offrire.

Dimenticare l’importanza delle materie umanistiche è come disconoscere le proprie radici, cercando di cavalcare la corrente del dogma scientifico che ha dimostrato di aver numerose lacune senza che questa si accompagni ad una parallela crescita della ratio, capace, attraverso l’analisi critica, di poter porre il dubbio su qualsiasi proposizione. Fare scienza non significa far delle proposizioni forniteci un dogma ma analizzarle con occhio critico e poter, attraverso il dibattito, l’osservazione ed il ragionamento, superarle e contraddirle. Se Galileo Galilei avesse agito come è stato fatto ai nostri giorni con organizzazioni quali l’OMS avremmo, probabilmente, ancora avuto delle forti mancanze nel conoscere l’universo che ci circonda. La differenza fra lui e i nostri contemporanei è che lui riusciva a comprendere ciò grazie alla sua formazione classica, che al giorno d’oggi è molto deficitaria.

Il mio auspicio è che la filosofia, la storia e lo studio delle lingue classiche e moderne possano tornare ad essere un patrimonio di cui potersi vantare e su cui lo Stato possa investire concretamente: la nostra civiltà millenaria ha radici profonde in queste discipline e venendo meno una di queste rischieremmo di non poter trarre più ossigeno.

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