Il compromesso: resoconto del fallimento europeo e del governo Conte

di Alessio Moroni

Il tweet notturno di Charles Michel, attuale presidente del Consiglio Europeo, ha reso noto a tutti l’avvenuto accordo fra i vari Capi di Governo e di Stato dei Paesi dell’Unione Europea, per le cifre e le modalità del Recovery Fund e del Bilancio pluriennale 2021-2027. Una trattativa durata giorni, in cui vari fronti si sono sfidati con la guardia ben alta e in cui pochi hanno dimostrato la volontà di anteporre gli interessi comunitari a quelli statali: tale scelta non si può, banalmente, ricondurre esclusivamente al desiderio di soddisfare i propri elettori ma anche ai problemi del processo di integrazione che, a settant’anni dai primi passi, fatica ancora a far nascere all’interno dei Paesi un sentimento di Patria comune che vada a distruggere i secolari confini nazionali.

L’intesa prodotta prevede uno stanziamento di 750 miliardi di euro (a differenza degli 800 iniziali) ed un aumento esponenziale dei prestiti, come richiesto dai cosiddetti Paesi frugali, rispetto ai sussidi a fondo perduto. L’Italia si prende la fetta più grande della torta (209 mld) ma il nodo dei prestiti rischia di porre sulla nostra penisola una spada di Damocle di cui sarà difficile liberarci senza manovre ‘lacrime e sangue’ da applicare negli anni in cui saremo costretti a ridare indietro i soldi. Una situazione che ricorda molto da vicino l’esperienza greca e che quindi deve far scattare un pericoloso campanello d’allarme sulle decisioni conseguite durante il meeting europeo.

Altro compromesso raggiunto è quello sul freno di emergenza che prevede, come affermato dall’articolo 48 del TUE, la possibilità da parte di uno Stato europeo, di poter richiedere il vaglio del Consiglio Europeo nel caso in cui notasse una cattiva gestione dei fondi da parte di un governo nazionale. In tale caso il suddetto organo potrebbe, una volta sospesa la procedura, rinviare il progetto al Consiglio o sospenderla definitivamente e chiedere una nuova proposta della Commissione.

Non si possono non citare i rebates, gli sconti sulla contribuzioni del bilancio europeo, introdotti dalla Thatcher e che nell’accordo giunto alle 5:00 di questa mattina, sono stati garantiti in mole cospicua ai Paesi che stavano facendo da muro contro la solidarietà verso gli Stati maggiormente colpiti dalla crisi umanitaria ed economica causata dal Coronavirus.

L’Unione Europea ha rafforzato queste misure di aiuto previste nel Recovery Fund attingendo alle risorse che dovevano andare nel bilancio settennale della comunità, ragion per cui i grandi progetti di investimento presenti in quest’ultimo strumento sono stati notevolmente colpiti: Horizon Europe, programma per la ricerca e l’innovazione, ed il fondo di coesione React EU, passano, rispettivamente, dai previsti 13,5 miliardi e 50 mld a 2,1 e 47,5. Colpiti anche i fondi per lo sviluppo rurale, per lo sviluppo, per il vicinato e per la cooperazione internazionale.

A tutte queste preoccupazioni fanno da contraltare le dichiarazioni entusiaste dei principali leader: il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha parlato di “giornata storica per l’Europa, e per l’Italia”; il Ministro degli Esteri Di Maio ha suggellato tale accordo come “un risultato fondamentale per il nostro futuro” mentre il segretario del Partito Democratico Nicola Zingaretti ha voluto sottolineare che “L’Europa c’è ed è più forte e vicina alle persone.”

Non si può non dubitare della bontà di questi gioiosi tweet se si vanno a vedere i reali risultati portati da questo compromesso che certifica, ancor di più, la fragilità dell’impianto comunitario e che rischia di gettare più ombre che luci nel domani del progetto di integrazione europea, già toccato recentemente dalla crisi greca generata dalle politiche di risoluzione della crisi del 2008 e dall’uscita del Regno Unito di recentissima memoria. Si è continuato a vedere non oltre il proprio orticello e, francamente, non riesco a farne colpa a nessuno: siamo ben lungi dal divenire gli Stati Uniti d’Europa e non credo neanche che quest’ultima sia la strada giusta da percorrere. Nonostante vi siano aspetti comuni nella cultura europea e nel campo sociale e politico (non si possono citare la religione cristiana e gli ideali liberali e democratici) non ci si possono dimenticare secoli di battaglie e di divisioni fra i vari territori, che hanno generato, e generano ancora astio e diffidenza l’uno con l’altro. Nella politica serve maggior pragmatismo, ragion per cui si fa fatica a vedere un avvenire lucente per la Comunità Europea.

I compromessi non sono necessariamente un bene: essi rischiano di creare una zuppa insipida che non accontenta nè l’uno ne l’altro: l’Italia ha teso la mano al Nord Europa, e questi hanno risposto in maniera sin troppo entusiasta, arrivando a mozzarci la mano che reclamava aiuto e che ora si ritrova costretta, per l’ennesima volta, a dover costruire castelli di carta sui Social Network, nella speranza di vedersi rappresentata come la portatrice di autorevolezza e di fermezza nei tavoli comunitari – senza ricordarsi che oramai tutto questo è un affresco di un quadro che non esiste da anni.

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