A circa mezzo secolo dalla strage di Piazza Fontana non ci sono ancora state alcune sentenze definitive

“Il boato, le schegge di vetro che volano nell’aria, lo choc. Lo stesso che dura da 50 anni quando si racconta quello che è successo. Nel 1969, a Milano, un ordigno esplode nella sede della Banca nazionale dell’agricoltura di Piazza Fontana”.

La deflagrazione uccide 17 persone e ne ferisce altre 88, aprendo una ferita nel cuore di Milano che fatica ancora a rimarginarsi. È la strage di Piazza Fontana, il primo degli attacchi che scuoteranno il paese fino agli anni ’80 del secolo scorso.

Circa Mezzo secolo dopo, esistono dei responsabili ma non state irrogate condanne: gli ispiratori della strage, neofascisti provenienti da una cellula di Padova, sono stati ritenuti “non processabili perché erano già stati irrevocabilmente assolti dalla Corte d’assise d’appello di Bari” per lo stesso reato. Ma andiamo con ordine.

La strage che si è consumata nel pomeriggio del 1969, la Banca nazionale dell’agricoltura di Piazza Fontana è più piena del solito: è il giorno del mercato, quando imprenditori, coltivatori diretti e allevatori della provincia di Milano si riuniscono per delle operazioni come poi si leggerà nei documenti processuali.

Fuori piove e fa freddo, un motivo in più per sostare nell’edificio insieme ai circa 300 dipendenti dell’istituto di credito. Alle 16:37 una bomba ad elevata potenza piazzata nel salone centrale, scavando un cratere di oltre mezzo metro nel pavimento: 14 persone muoiono sul colpo, altre due a distanza di qualche settimana. Una diciassettima vittima morirà un anno dopo, per una polmonite aggravata dalle lesioni riportate durante l’attentato. Gli accertamenti successivi conducono alla scoperta di un ordigno collocato “sotto a un tavolo” nel salone circolare, non a caso quello riservato ai clienti. È una scatola metallica che comprimeva 7 chilogrammi di gelignite, un esplosivo con una potenza superiore alla dinamite. Gli effetti sono devastanti, ma la carneficina è l’acuto di una giornata convulsa. Alle 16:25, sempre a Milano, era stato rinvenuto un ordigno inesploso nella Banca Commerciale Italiana in Piazza della Scala, a neppure un chilometro in linea d’aria da piazza Fontana. Altri tre ordigni spuntano a Roma nelle stesse ore.

La prima bomba esplode alle 16:55 nel seminterrato della Banca del Lavoro in via Veneto, ferendo 14 persone. La seconda deflagra sull’Altare della Patria, sotto il pennone della bandiera, ferendo quattro persone. La terza entra in azione sui gradini del Museo del Risorgimento,f acendo crollare il tetto dell’Ara Pacis. Il bilancio della giornata è di cinque attentati nell’arco di 53 minuti, anche se l’unico a tradursi in una strage è quello che si è consumato a Piazza Fontana.

Le indagini sulla strage si estendono in un periodo che sfiora i 40 anni di lunghezza, concludendosi senza condanne definitive. Il processo viene aperto a Roma, per poi essere spostato a Milano per incompetenza territoriale e infine a Catanzaro per questioni di «ordine pubblico». In un primo momento le indagini convergono sulla cosiddetta pista anarchica, portando a una serie di fermi in due circoli: il Circolo anarchico ponte della Ghisolfa di Milano e il Circolo 22 Marzo di Roma.

Al primo appartiene Giuseppe «Pino» Pinelli, un ferroviere milanese, già staffetta partigiana durante la Resistenza. Pinelli, sposato e padre di due figlie, viene condotto in questura il 12 dicembre. Tre giorni dopo il fermo, in una pausa degli interrogatori condotti dal commissario Luigi Calabresi, muore cadendo dal quarto piano della questura.

Le autorità rubricano il suo decesso come un «suicidio», scatenando un clima di tensioni che porterà a un isolamento sempre maggiore della figura di Calabresi. Il commissario viene assassinato con due colpi di pistola alle spalle il 17 maggio 1972. In una successiva sentenza del tribunale di Milano, verrà stabilito che Pinelli è morto per un malore attivo, perdendo l’equilibrio mentre si trovava nei pressi della finestra, da questa vicenda in seguito avverranno molti attentati tra cui quello di Bologna e Arezzo di che caratterizzeranno questa fase storica denominata “Strategia della tensione”.

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Matteo Ghilardi

Mi chiamo Matteo Ghilardi ho 21 anni e sono un grande appassionato della Storia di Roma, politica e diritto.

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