Ridate lo sport agli Stati Uniti

di Alessio Moroni.

In data 26 Agosto il mondo americano è stato scosso da un evento che, in ambito sportivo, ha pochi eguali: i Milwaukee Bucks, franchigia della NBA, si sono rifiutati di scendere in campo per la partita del play-off che si doveva tenere in serata, in segno di protesta verso la polizia, accusata di aver paralizzato, con sette colpi alla schiena, il ventinovenne afroamericano Jacob Blake.

A tale decisione si è susseguito un effetto domino che ha condotto tutto lo sport americano a fermarsi, con l’assenso dall’alto delle principali leghe (la già citata NBA, la MLS, la MLB, l’NFL e i circuiti ATP e WTA).

Donald Trump ha posto sotto accusa tali avvenimenti accusando la lega di pallacanestro di essere divenuta <<un’organizzazione politica>> e affermando che <<la Guardia Nazionale sta facendo un buon lavoro a Kenosha (città del drammatico evento citato n.d.a.)>>. Una battaglia che avevamo già visto negli scorsi anni negli stadi di Football in cui era quotidiano vedere giocatori inginocchiarsi durante l’inno per mostrare il proprio sostegno alla protesta afro-americana, esplosa nel corso degli ultimi mesi a seguito della scomparsa, con modalità note a tutti, di George Floyd.

In tale sede non si vuole porre accento sulla questione sociale che sta provocando numerose preoccupazione all’interno degli Stati Uniti, con una bipolarizzazione ideologica che appare sempre più evidente e che aumenta lo scenario violento all’interno del territorio, ma sulla decisione da parte degli sportivi di manifestare, attraverso lo sport praticato, i propri valori politici.

E’ necessario notare come in momenti di crisi sociale ed economica, quali si stanno vivendo nel corso del 2020, lo sport é uno dei maggiori canali per mantenere una parvenza di normalità e per dare alle persone comuni, attraverso le azioni dei propri eroi, uno stimolo per poter continuare a sperare in un futuro migliore e nel concretizzare la speranza di poter realizzare il proprio sogno.

 Questa motivazione ha permesso ad innumerevoli sport di non fermarsi di fronte alla guerra: in Italia nel 43-44, in uno dei momenti più drammatici della nostra storia, se non il più drammatico, gli stadi calcistici erano comunque pieni perché garantivano qualche ora di evasione dalle preoccupazioni quotidiane del tempo e non si può non citare la notizia della vittoria di Bartali al Tour de France nel “48 che garantì un momento di unità nazionale in giorni in cui, causa l’attentato a Togliatti, l’Italia era ideologicamente più disunita che mai.

 Ci sarebbero tantissimi altri esempi internazionali, come ad esempio le due Coree che si presentano sotto un’unica insegna alle ultime Olimpiadi.

Non si può non citare la famosissima <<Tregua di Natale>> nel 1914: nella settimana precedente al 25 Dicembre di quell’anno, a sei mesi dallo scoppio della Grande Guerra, le fazioni rivali, che quotidianamente non avevano remore nell’uccidere il nemico stipato nella trincea opposta, decisero di cessare il fuoco per poter scambiare doni coi soldati posti sull’altro fronte e per approvvigionarsi insieme. Il culmine venne citato dalle famosissime partite di calcio organizzate, in maniera totalmente improvvisata, tra i due blocchi, a suggello di come le manifestazioni sportive possano unire ovunque e chiunque.

Svuotare i luoghi sportivi, o peggio ancora riempirli di idee polarizzanti, é degradante quasi quanto non riaprire le biblioteche all’indomani della Pandemia poiché si preclude un ambito fondamentale della nostra vita e gli sportivi, precludendoci le loro gesta, ci vietano di vivere nel sogno, nella speranza e nel vero strumento per poter realizzare un’emancipazione: quella di veder ogni indivuduo realizzarsi a prescindere dalla propria lingua, dalla propria religione e dal proprio sesso.

Nessun vuol negare a Lebron James e compagnia di dedicarsi alla lotta politica ma è bene farlo nelle sedi opportune, senza andare ad inficiare su luoghi in cui l’unica divisione dovrebbe essere quella dettata dalla linea di metà campo. Un insegnante se andasse in classe a far propaganda su determinati temi pubblici finirebbe per beccarsi una lavata di capo da parte dei dirigenti che, giustamente, richiedono, da parte del docente, un comportamento super-partes all’interno del luogo lavorativo quindi si eviti di giustificare chi lo fa su una rete televisione ed ha il vantaggio di poter portare il proprio messaggio a milioni di individui.

Si ridia lo sport agli Stati Uniti, garantendogli il diritto di far quel che ha sempre saputo far meglio: far sognare i bambini e far evadere anche gli adulti disillusi dalla quotidianità.

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Alessio Moroni

Laureando in scienze politiche e relazioni internazionali di Roma Tre: è da sempre appassionato di politica, storia e giornalismo Ha in Indro Montanelli il suo scrittore preferito e auspica una riscoperta del sapere umanistico all'interno del mondo culturale italiano ed europeo.

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