Taglio dei parlamentari: perché voterò “No”

di Francesco Di Palma

I prossimi 20 e 21 settembre noi cittadini italiani saremo chiamati alle urne per decidere l’esito di uno dei referendum costituzionali più importanti nella storia della nostra Repubblica.

La richiesta avanzata al corpo elettorale riguarderà la modifica degli articoli 56,57 e 59 della nostra Costituzione.
Ovverosia, come ben sapete, l’oggetto sarà il taglio dei parlamentari che determinerebbe una riduzione dei deputati da 630 a 400 e dei senatori da 315 a 200.
Una modifica che ovviamente non potrà non sortire importanti conseguenze. Debbo dirvi che inizialmente ero convinto della giustezza delle motivazioni del Sì ma poi mi sono dovuto ricredere.
Mortificato dagli scandali di una malapolitica sempre più approfittatrice, indotto dalle tesi che hanno evidenziato quanto negli anni si fosse assistito ad una ipertrofia della rappresentanza, ho pensato, per mesi, che un deciso taglio avrebbe rappresentato un punto di svolta – in meglio- nel sistema politico-istituzionale del nostro Paese.

Tuttavia ben riflettendo e meglio analizzando ho capito che mi sbagliavo. Si taglia tutto per non tagliare niente.
Non è questo il verso per migliorare la qualità della nostra rappresentanza.
Qualità che prescinde dalla quantità. Ridurre il numero dei rappresentanti non migliorerà certamente la qualità della nostra classe politica che oramai-diciamocelo- è scaduta.
Un taglio della rappresentanza non è proficuo per risollevare le sorti del nostro Paese. Bisogna anche dire con franchezza che il malessere dell’Italia è riconducibile alla sua stessa società.
Il problema italiano, a mio modesto avviso, è tutto culturale. Non voglio affrontare qui temi di moralità ma è necessario dire che la classe politica italiana non fa altro che riflettere la società italiana. La politica ne riflette i vizi, i difetti, il marciume e non correggendo deforma, ingigantisce senza remore. Attribuire, quindi, la colpa ad una sola parte sarebbe un errore. Un continuo flusso che mi auguro possa risolversi.

Ma nel procedere nell’analisi di questo scellerato taglio, ancora, non si può fare a meno di notare che ogni deputato rappresenterà in media circa centocinquantamila elettori ed ogni senatore circa trecentomila. Un divario tra elettori ed eletti che evidentemente sarà molto ampio.
Tutto ciò, connesso all’assenza di una seria riforma del sistema elettorale, determinerà considerevoli conseguenze sul sistema partitico. I dibattiti molto  si sono concentrati sugli articoli sopra citati della Costituzione (56,57 e 59) ma v’è un articolo che poco ho sentito menzionare in questi giorni.
Poca attenzione è stata dedicata all’articolo 49 e all’importanza del ruolo partitico nel sistema democratico. Questa sciocca amputazione consentirà esclusivamente ai partiti più votati l’ingresso in Parlamento. E’ bene , dunque, non dimenticare l’ importante contributo del giurista nonché ministro Leopoldo Elia che, in Enciclopedia del diritto alla voce Governo (forme di), rifletteva sulla importanza e sulla giuridicità del sistema partitico.
“Un sistema democratico costituzional-pluralistico” scriveva “implica molteplicità dei partiti e diffusa competitività tra forze politiche e sociali”. Si sottolineava, quindi, in questo intervento l’influenza diretta e non trascurabile dei partiti nella determinazione della forma di governo. A questa tesi si potrebbe obiettare che la competizione multipartitica verrebbe garantita. E’ vero. Ma non è questo il punto. Il problema sarà, piuttosto, consentire ai partiti minori- per così dire- di sedere tra gli scranni del Parlamento. E fino a quando la forma di governo italiana sarà parlamentare, tali partiti non parteciperanno al procedimento legislativo e, conseguentemente, non contribuiranno a determinare la politica nazionale. Si assisterebbe, si badi bene, ad un mutamento lento, non sottovalutabile della forma di governo. 

Altro motivo analogo a quest’ultimo mi ha indotto a ripensare la mia posizione iniziale. Questo taglio mal cela l’intenzione grillina di abolire il parlamentarismo per una affermazione della democrazia diretta. Rousseauiani dalla prima ora, proprio come l’autore del Contratto Sociale, i pentastellati si sono scagliati fin da subito contro l’istituto parlamentare. Democrazia diretta è la parola d’ ordine di una distorta rivoluzione destinata a naufragare se non già naufragata. Una forma di governo, questa magnificata dai seguaci di Grillo e Casaleggio, semplicemente irrealizzabile perché destinata a risolversi nel suo contrario.

La volontà di superamento del parlamentarismo si risolverebbe, all’opposto, in una ipertrofia degli organi rappresentativi e burocratici.

In conclusione, mi sento di dire che i  problemi istituzionali del nostro Paese poco sono legati al numero dei parlamentari. Il taglio non è nulla altro che lo spauracchio di una classe politica liquida che non ha più nulla da dire ai suoi elettori. Una classe politica che, non sapendo come operare, a suon di slogan sposta l’attenzione su problemi inesistenti.

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