Pensieri

PENSIERO DI WILLIAM GRANDONICO

AD MAIORA SEMPER

Un sogno che si realizza. Come bambini che sognano di diventare grandi piloti, medici o ingegneri; come per chi ha la passione per la divisa, come per chi ama la cucina e tutto ciò che ne deriva, anche io ne ho sempre avuto uno. Credo che in molti abbiate capito qual era. Ebbene sì, ho sempre sognato di poter scrivere della mia passione. In questo caso vi trovate avanti uno dei giornali che, si, forse fa parte di un’area politica opposta alla vostra, forse che proprio non ricalca tutti i vostri interessi o, per fortuna (perdonatemi oppositori), condividete, perché vi riconoscete anche solo per quello che si può intendere dal titolo del nostro giornale. Proprio da questo vorrei partire. Si è deciso di scegliere questo tipo di titolo appunto per darci una definizione politica e sociale. Ricalcare la linea di chi, anni fa, ha deciso di tracciarla, credo che sia una delle cose più autorevoli che si possa fare nella vita. Guardare al passato cercando di trarne il meglio, ma nello steso tempo, dirigersi verso quella che sembra essere la strada da percorrere, quella futura. Un nuovo modo di fare informazione, libera, seria e puntuale. Questi sono i prerequisiti a cui facciamo riferimento. Essere liberi di poter pensare e scrivere senza pistole puntate dietro la testa, anche orgogliosamente prendere posizioni discordanti dai pensieri del radical chic, dell’ancora nostalgico di un qualcosa che non tornerà mai, rosso o nero che sia. Parlare di scuola, università, politica, territorio e attualità liberamente senza dover far riferimento a linee politiche e culturali dettate da chi, come qualche partito ancora fisso sul 5% (o meno) voleva dettare.                         Mi piace far riferime20160823_183503nto a un giovane ragazzo italiano, non a caso anche di Milano (città dove studio). Lui si chiamava Sergio. Un giovane studente Milanese dell’ITIS “Ettore Molinari”, morto perché aveva un sogno, quello di voler professare le proprie idee all’interno della scuola, in piazza, sulle strade, liberamente poter far sentire la sua voce senza barriere e senza dover usare la violenza. Proprio questa parola l’ha ucciso, la violenza, operata da chi dovrebbe vigilare, dovrebbe portare a compimento il compito difficilissimo di insegnare, di educare e non di fare politica. Si la politica sporca delle vecchie brigate rosse. Proprio un tema sulle BR, dove spiegava la violenza che una decina di animali rivolsero verso il vecchio MSI di Milano. Quel tema, quei docenti e quei militanti rossi uccisero il diciottenne Sergio Ramelli. Quest’ultimi ferirono gravemente lo studente, quasi perito chimico, vicino la sua abitazione, in via Paladini, poco distante dal portone di casa sito in via Amedeo. Colpito violentemente con delle chiavi inglesi sul volto e sulla nuca, fu portato urgentemente in ospedale. Dopo 48 giorni di coma, Sergio Ramelli ci salutò. Vilmente ucciso da una libertà di parola, di professare una fede politica, che nelle scuole e in Italia non è mai esistita per un qualcosa che è differente al colore rosso. Ecco, questa è la nostra missione, poter avere libertà di parola. Avere la possibilità di poter dire tutto ciò che sentiamo il bisogno di esporre pubblicamente. Il nostro progetto, giovane, chiaro e semplice, è questo. Con un forte ringraziamento a chi ci sarà vicino e sosterrà, noi, Giovani A Destra, non avremo paura di professare il nostro credo politico.                                           Con questo chiudo e AD MAIORA SEMPER.

 

William Grandonico.

 

 

 

PENSIERO DI VANESSA COMBATTELLI

I GIOVANI E LA POLITICA

“Questo è ciò che si è. Questo è ciò che tutti sono… tutti voi, giovani che avete prestato servizio nella guerra. Voi siete una generazione perduta e bruciata.”
Cominciava così una delle tante citazioni dello scrittore statunitense Ernest Hemingway, si rivolgeva ai suoi coetanei, coloro che avevano vissuto la Grande Guerra uscendone poi totalmente cambiati.
Erano la “generazione perduta” dei ruggenti anni venti, ragazzi di neanche diciotto anni che, nel momento stesso in cui cominciarono a capire un poco il loro mondo, si ritrovarono ad essere le pedine di un percorso, prima di allora, illibato.
Succedeva un secolo fa, migliaia di giovani si preparavano ad entrare nelle pagine della storia pagandone il caro prezzo: perdere la caratteristica speranza giovanile.
Nel corso dei decenni numerose generazioni si sono succedute, dai focosi ragazzi del ’68 per poi finire ai figli della “Terza Repubblica”, coloro che, diciamocelo, spesso e volentieri vengono messi da parte, questo perché sono anche i figli di una società esageratamente gerontocratica.
Non a caso fa comodo avere “l’ardore del domani” assopito e passivo, distratto dai lussi moderni e dell’apparente tranquilità; perché consapevolezza significa anche libertà di scegliere e di conseguenza individui difficilmente manipolabili.
Per qualsiasi “leader” politico senza scrupoli è 14516344_1281331378566788_1699996392495743475_nvantaggioso sapere che la futura classe lavoratrice ha ormai perso le grandi aspettative, soggiogata da apparenti felicità effimere.
Questo alternarsi di scandali e fenomeni frequenti di corruzione ha portato i giovani nella disgrazia di disinnamorarsi della politica; convinti che “fare politica” sia un mestiere esclusivo, per altri, non il loro.
Così facendo si sono esclusi a priori da una partecipazione diretta alla vita democratica, dando per scontato il proprio voto, giustificando tale distacco con un “tanto non cambia nulla”, precipitando in un tunnel fatto di passività ed indifferenza dove si preferisce aspettare un cambiamento di rotta da parte di qualcuno, eppure, al tempo stesso, vige la consapevolezza (conferita dalla delusione) che chi ha davvero il potere di farlo sarà l’ennesimo a lasciare dietro di sè una scia di onde confuse e agitate.
Un paese che si priva della fiducia dei propri giovani, che preferisce spegnere qualsiasi fuoco da loro generato, è un paese destinato a morire, a perdere la sua identità facendosi sopraffare dal vortice di un passato inattuabile. Perché senza giovani non c’è futuro, la zavorra del comando verrà sempre portata da figure traballanti che, ad ogni passo, faranno tremare l’apparente stabilità.
Non possiamo aspettare che siano gli altri a mettere in atto il cambiamento che auspichiamo, dobbiamo essere noi.
La voce dei giovani deve essere ascoltata e rispettata, un paese che vuole tornare a vivere deve alimentare questo fuoco prima che esso perisca a causa del malcontento, delle delusioni e delle ingiustizie.
I giovani non devono lasciarsi abbattere, anzi, ci vuole tenacia, bisogna combattere contro chi vorrebbe soffocare questa scintilla “ribelle”.
Dobbiamo smetterla di ambire al poco, accontentandoci dell’osso convinti che sia l’unica cosa che possiamo ottenere.
Oggi, in quanto giovani, è dovere nostro essere “capitani” delle nostre esistenze, è nostro onere scrivere nuove pagine di storia, discendenti della “generazione perduta e bruciata” noi dovremo essere la generazione che è rinata da quelle ceneri, ardendo per un domani migliore.

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